Militare16

Articolo di MARCO VIGNOLA
Pubblicato il 10.03.2018; tutti i diritti riservati.
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Correva l’anno 1476 e Genova si trovava sotto la signoria milanese, allora esercitata dal Duca Galeazzo Maria Sforza (1466-1476). Era quella una stagione tumultuosa di scontri di fazione, di ribellioni ricorrenti e mutevoli giochi di alleanze, nella quale lo Stato genovese attraversava un periodo di elevata instabilità interna, solo a stento arginata dalla soggezione a Milano.

Entrare nel dettaglio di una storia tanto complessa esula certamente dallo scopo di questo intervento, la cui finalità principale è l’edizione di un’interessantissima missiva inviata allo stesso Galeazzo Maria il 18 settembre 1476 da mastro Pietro di Boemia, “bombardero” di quello stesso Duca ormai giunto al capolinea del proprio governo (sarà infatti assassinato il 26 dicembre dello stesso anno, solo tre mesi dopo la nostra lettera). Il documento, a quanto mi consta ancora inedito e trascritto direttamente dall’originale, apre una finestra di rara bellezza non soltanto sul clima di tesa aggressività politica che allora si respirava in città, ma offre spunti per uno scorcio di “cultura materiale” delle armi da fuoco manesche, testimoniandone oltre ogni ragionevole dubbio la diffusione capillare.

Pietro, il cui appellativo “de Boemia” lo attesta come uno specialista straniero venuto a servire le artiglierie ducali, si trovò ad incontrare un certo “bombardero de Fiandra” (la decisione di mantenerne l’anonimato non è a mio avviso casuale), venuto a Genova a produrre “spingarde e schioppetti” per la somma ragguardevole di 8 ducati al mese. Costui, probabilmente per una forma di complicità tra stranieri e compagni d’osteria, avanzò richiesta di visitare il Castelletto (la fortezza che allora dominava sulla città, fulcro strategico del suo controllo), ricevendo tuttavia da Pietro un diniego per la mancanza di una specifica autorizzazione. Fattasi la discussione più cordiale e forse complice il vino, il nostro anonimo artigiano fiammingo divenne loquace, ammonendo Pietro del pericolo di un’insurrezione imminente. In città, infatti, proseguivano celermente i preparativi per una rivolta contro la signoria milanese (cosa che sarebbe puntualmente successa da lì a poco, nel marzo 1477), con la costruzione di bocche da fuoco nel quartiere del Molo da parte di tre maestri, produttori di bombardelle e spingarde in ferro. Altre due spingarde di bronzo erano state nel frattempo gettate e venivano custodite in casa Spinola, mentre in segreto si munivano le torri cittadine con balestre pesanti “da bancho”, spingarde e bombardelle navali, tutte mirate al Castelletto. Di eccezionale interesse in questo frangente è la menzione di un mercante di Norimberga giunto in città con 300 “chioppetti de bronzo manicati” (ovvero, 300 schioppi in bronzo con le loro calciature), venduti con le relative forme per la fusione delle palle, tutti puntualmente acquistati dai Genovesi. In città, infine, i preparativi per l’insurrezione fervevano anche con la produzione di rotelle, targoni e balestre, a completare il panorama di una popolazione segretamente in armi.

Come anticipato, un documento di questo genere offre un’ampia rosa di spunti per la comprensione della realtà genovese, ben oltre il semplice dato della mal tollerata signoria sforzesca. In prima battuta, infatti, ci mostra come nel settore delle armi da fuoco e della loro gestione si facesse ampio ricorso a professionisti nordici, secondo una tendenza già rivelata dai registri della Classis contra Regem Aragonum (1453-54), contenenti i nominativi dei soldati imbarcati sulla flotta opposta ad Alfonso V d’Aragona. Osserviamo inoltre come a Genova già nel 1476 si fosse insediata una manifattura autonoma di bocche da fuoco, tanto in ferro quanto in bronzo, favorita dall’apporto di maestranze specializzate e itineranti come il nostro anonimo fiammingo.

Ciò naturalmente non escludeva l’importazione di ingenti quantitativi di armi da laboratori di area tedesca: i 300 schioppi in bronzo di Norimberga, andati immediatamente a ruba, rappresentano infatti una partita di proporzioni imponenti e sufficiente ad armare un piccolo esercito, ma soprattutto dimostrano come armi di foggia tedesca potessero circolare in buon numero nella Genova del Quattrocento. Considerando la presenza di fabbriche ormai consolidate anche in Italia, come quella di Gardone (nel 1459 il Senato di Venezia ordinò ai Rettori di Brescia di farvi produrre molte bocche da fuoco, tra le quali 50 schioppetti), è piuttosto plausibile che la scelta di questi prodotti germanici fosse dettata dalla segretezza, agevolata da un trasporto marittimo. Un carico someggiato dall’Oltregiogo direttamente dai luoghi di produzione del bresciano avrebbe infatti dato nell’occhio dei Milanesi ben più di una nave attraccata in porto, suscitando un immediato allarme.

All’epoca del nostro documento, in ogni caso, la manifattura delle armi da fuoco a Norimberga era ormai consolidata: nel 1429, infatti, vi troviamo già attivo un sodalizio di tiratori di schioppo, con un anno di anticipo su un’analoga organizzazione operante ad Augusta, ed è plausibile che questa produzione fosse anche tecnologicamente all’avanguardia, forse più delle coeve manifatture italiane.

Non risulta tuttavia semplice indovinare dalle parole di Pietro di Boemia quale fosse la forma dei 300 schioppi, perché il nostro documento tace al riguardo, limitandosi solo a definirli genericamente di bronzo, “immanicati” e provvisti delle forme (quasi certamente i fondipalle del calibro corretto). All’epoca, comunque, era in corso una transizione dai modelli più arcaici forniti di canne innestate a gorbia sopra un palo opportunamente sagomato, alle canne munite di flange di fissaggio, che venivano appoggiate su una calciatura strutturalmente simile a quelle moderne ed ivi fermate da due spine. Questo sistema più aggiornato permetteva di sparare tenendo la mano sotto la canna, in posizione sicura e al riparo dal surriscaldamento dovuto all’uso, per una più efficace collimazione del bersaglio. Armi di questa tipologia e con canne in bronzo (stando al colore usato per dipingerle) sono già attestabili per via iconografica in anni non lontani dal nostro documento nelle Amtliche Berner Chronik di Diebold Schilling (Bern, Burgerbibliothek, Mss.h.h.I.1; commissionate nel 1474 e miniate tra 1478 e 1483), dove appaiono anche fornite di un probabile sistema “a serpentina”, per avvicinare la miccia di accensione alle polveri senza doverla condurre a mano (Fig. 1).

Fig. 1

Fig. 1

In alcuni degli esemplari riprodotti nelle Cronache di Schilling (non in tutti, perché manca questo dettaglio in numerose tra le molteplici raffigurazioni di schioppo di questo volume; Fig. 2), compare infatti sul calcio una sorta di struttura “a S”, che può essere a mio avviso spiegata solo in questa ottica. La miccia accesa, che alcuni tiratori tengono in mano, doveva essere fissata ad un capo della S, per venire poi accostata ad uno scodellino laterale contenente la polvere dell’innesco.

Fig. 2

Fig. 2

Calciatura di nuovo modello, meccanismo di sparo e scodellino coperto laterale (quest’ultimo d’invenzione più antica, ma scarsamente diffuso fino all’ultimo Quattrocento) erano i tre elementi che segnarono la transizione della forme più arcaiche a gorbia, di origine trecentesca, alle armi del Cinquecento maturo, ormai del tutto perfezionate. La disponibilità dello scodellino in luogo del focone aperto sopra la canna, in particolare, permetteva di trasportare l’arma già carica, senza il rischio che l’innesco si disperdesse dal focone in caso di rotazione o di alzo verticale.

Le tappe di questa transizione non risultano oggi del tutto chiare e l’iconografia coeva ci presenta armi da fuoco manesche diversamente evolute, ma impiegate nel medesimo arco di tempo del documento genovese. Nel celebre Wolfegg Hausbuch, risalente agli anni ’70 del Quattrocento, un gruppo di schioppettieri in marcia trasporta infatti delle armi probabilmente in bronzo e ancora inastate a gorbia su un palo, dall’aspetto molto più arcaico rispetto al Amtliche Berner Chronik (Fig. 3).

Fig. 3

Fig. 3

In ambito italiano, in una miniatura raffigurante Galeazzo Maria Sforza, forse di Cristoforo de Predis e oggi conservata presso la Wallace Collection (ante 1476), un gruppo di schioppettieri milanesi coperti da celate e cervelliere brandisce armi anch’esse di tipologia arcaica, ancora munite di gorbia ma immanicate su un calcio già anatomicamente sagomato (Fig. 4).

Fig. 4

Fig. 4

Nelle miniature di Giovanni da Fano dell’Hesperis, coeve alla precedente ma penalizzate da un minore livello di dettaglio, è impossibile definire con assoluta certezza le caratteristiche degli schioppi, sfuggite nei tratti più minuti al rapido pennello dell’artista. Da un particolare della copia conservata alla Bibliothèque de l’Arsenal di Parigi sembra tuttavia scorgersi una tipologia “a gorbia” simile a quella delineata nel manoscritto della Wallace (Fig. 5).

Fig. 5

Fig. 5

Per ritrovare uno schioppo montato su una calciatura di stile moderno, dobbiamo infine rivolgerci ad una pittura parietale nella “Sala del Mappamondo” del Palazzo Comunale di Siena, dove Giovanni di Cristoforo Ghini e Francesco d’Andrea immortalarono nei primi anni ’80 del Quattrocento la battaglia di Poggio Imperiale (1479).

La rassegna per anni successivi al nostro potrebbe arricchirsi di ulteriori esempi, che porterebbero tuttavia il discorso troppo lontano dal nucleo originario: la possibile fisionomia dei 300 schioppi citati nel nostro documento. Allo stato attuale delle ricerche, come abbiamo osservato, la forte variabilità delle armi da fuoco portatili negli anni ’70 del Quattrocento suggerirebbe molta prudenza. Nelle migliore delle ipotesi, questi manufatti potevano già presentare caratteristiche evolute come quelle delle Berner Chronik ed avere canne in bronzo dalla forma non troppo dissimile da quella d’uno schioppo oggi nella collezione del Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra, datato da catalogo al 1500 circa e già fornito di tutte le caratteristiche di un’arma da fuoco evoluta (calciatura completa, scodellino laterale e sistema di sparo a scatto; Fig. 6).

Fig. 6

Fig. 6

Nel 1476 è tuttavia plausibile che alcune di queste caratteristiche ancora mancassero ed in particolare il meccanismo di scatto a bottone; elemento di forte modernità assente in alcune tra le armi raffigurate nello Zeugbuch Kaiser Maximilians del 1502 (Fig. 7), a differenza dello scodellino laterale, presente in tutte. Nella più elementare delle ipotesi poteva invece trattarsi di semplici canne con gorbia alla culatta, fissate su una calciatura a palo variamente sagomato, come quelle del Wolfegg Hausbuch.

Fig. 7

Fig. 7

Per tentare una risposta più precisa sarebbe necessario scandagliare il fondo notarile dello sterminato Archivio di Stato di Genova, alla ricerca di ulteriori dettagli, con uno sforzo immane e dal successo tutt’altro che scontato.


Archivio di Stato di Milano, Autografi, Fabbriche di armi e armature, 231.

«Domino Duci Mediolanensi.
1476, die XVIII septembris, Gambolate.
Magistro Petro de Boemia, bombardero de la sublimità vostra in Genoa, dice che circa uno mese et mezo, havendo lui provato certi mortari de vostra signoria, uno bombardero de Fiandra quale gli ha dicto essere conducto con Zenoesi per octo Ducati el mese, con le spese per lavorare spingarde et schioppetti, lo menò con si un una hostaria et domandolo sel posseva vedere el Castelletto de dentro. Al quale dicto magistro Petro respose che non era possibile senza licentia et l(itte)re de vostra signoria. Adlhora dicto bombardero de Fiandra li dixe: “fratello, guardate bene non andare troppo per la terra, perché costoro te taglieranno apezo, perché io intendo bene lanimo et dispositione loro et nanzi che sia troppo tempo le cose andaranno per altra via, siche guardati da Zenoesi et fa à mio senno, che non voria che tu che sii valenthomo periculasse; in(de) conzi mortari; anche li altri ne conzano”.
Item dice che uno mercatante todescho ha portato à Zenoa da Norimberga 300 chioppetti de bronzo manichati et con le sue forme, et tutti sonno comprati per Zenoesi, et lui li ha venduti.
Item dice che sonno tri magistri al molo che lavorano spingarde et bombardelle de ferro, et subito finite sonno portate per le case et ascosi.
Item che uno stagnaro ha facto due spingarde de bronzo che le ha viste lui apresso casa Spinola, et che le vidde facendo prova volere comprare bronzo, et similiter li vedde fare molte ballotte de piombo da spingarde et domandandolo che ne voliva fare, gli rispose dicto stagnaro: “al corpo de Dio fra [ndr, così nel testo], le volimo operare uno di”.
Item che per certe torre che mirano al Castelletto sonno misse alchune balestre da bancho, et spingarde et bombardelle da nave et gli foreno messe el di del remore [ndr, così nel testo].
Item fanno fare Zenoesi molti tarconi et rotelle et balestre».

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Replica di schioppo del tardo Quattrocento imbracciata dall’autore dell’articolo, membro IMAGO ANTIQUA

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Dettaglio dello “scodellino” coperto laterale

Bibliografia sintetica:

BOLOGNINI P. (a cura di), Armi antiche a Gardone, “Quaderni del museo”, 1, dicembre 2007.

DURDÍK M., MUDRA M., ŠÁDA M., Armi da fuoco antiche, La Spezia, 1989.

GAIBI A., Armi da fuoco italiane, Busto Arsizio, 1978.

GODOY J. A., Armes a feu, XV-XVII siecle. Collection du Musée d’Art et d’Histoire, Genève, Ginevra, 1993.

MUSSO R., “El stato nostro de Zenoa”. Aspetti istituzionali della prima dominazione sforzesca su Genova (1464-1478), in “Serta antiqua et mediaevalia”, V, Società e istituzioni del medioevo ligure, Roma, 2001, pp. 199-236.

OLGIATI G., Classis contra regem Aragonum (Genova, 1452-54). Organizzazione militare ed economica della spedizione navale contro Napoli, Cagliari, 1990.

Rispetto alla redazione del precedente articolo sul nostro blog [Diamoci un taglio! Forbici e cesoie nel ‘400 – CLICCA E LEGGI], alla collezione di originali di IMAGO ANTIQUA si è aggiunto un nuovo esemplare, acquisito tramite la casa d’aste Timeline Auctions di Londra.

Forbici originali - Collezione Marco Vignola 1 di 2

Forbici originali – Collezione Marco Vignola (1 di 2)

Forbici originali - Collezione Marco Vignola 1 di 2

Forbici originali – Collezione Marco Vignola (2 di 2)

Si tratta nello specifico di un paio di forbici di grandi dimensioni (lunghezza: cm. 26,5 peso: g. 400) mutile delle due punte. Il pezzo si presenta coperto da un’uniforme patina bruna e la sua provenienza è sconosciuta, sebbene con ogni probabilità si tratti di un manufatto inglese. Le punte risultano spezzate già in antico e un tagliente è singolarmente ritorto, molto probabilmente per via di un uso “improprio” dello stesso come leva per forzare una cassa o una porta. Ad eccezione di queste lacune, il metallo si conserva tuttavia in maniera perfetta, con l’affilatura delle lame ancora viva e tagliente.

La datazione di manufatti simili, piuttosto rari in contesti di scavo, specie di formato tanto grande, pone sicuramente alcune problematiche di fondo.

La morfologia degli anelli, più che dei taglienti, sembra però rappresentare un buon indicatore, essendo questo forgiati “a cerchio chiuso” e non ottenuti ritorcendo i codoli delle due lame per formare un anello aperto, come in molti degli esemplari che gremiscono l’iconografia quattrocentesca. Un reperto analogo, ma molto più piccolo (11,1 cm. di lunghezza) proviene da contesti londinesi ed è datato alla fine del XIV secolo. Proprio nel Trecento, inoltre, le normali chiavi da porta e da cassa presentano in prevalenza anelli perfettamente circolari, del tutto simili alle forbici in questione.

Sul piano iconografico, una datazione al tardo Trecento sarebbe anche suggerita da una miniatura dello Statuto della Società dei Sarti di Bologna (1379), ove appaiono forbici munite anch’esse di anello chiuso.

Statuto Società dei Sarti, 1379 con aggiunte 1426-66 (ASBO); foto Andrea Carloni, 2017

Statuto Società dei Sarti, 1379 con aggiunte 1426-66 (ASBO); foto Andrea Carloni, 2017

Se tutti questi elementi, per quanto solo indiziari, sembrerebbero condurre alla fine del Trecento (o forse anche all’inizio del Quattrocento), la risolutiva conferma d’una generica datazione tardo medievale viene anche dal marchio impresso su di esse.
Si tratta di un simbolo composito e formato da almeno tre sezioni distinte, con una stella inferiore, un corpo centrale dal disegno non identificato sovrastato da una lettera, ed una parte superiore, forse una corona. Per quanto l’usura superficiale non ne permetta una lettura perfetta, tra i vari elementi del marchio emerge una “A” gotica maiuscola, del tutto compatibile con gli stilemi grafici in uso tra Trecento e Quattrocento, che ne avvalora la datazione espressa sulla base dei confronti.

Dettaglio del marchio

Dettaglio del marchio

Sul piano della funzione, un paio di forbici che in origine doveva sfiorare i 30 cm. di lunghezza, doveva essere destinato ad operazioni di sartoria e forse più nello specifico al taglio delle grandi pezze di tessuto in qualche bottega di drappiere.

J. COWGILL et al. 2000, Knives and scabbards, Woodbridge, p.114, n.370.

 

Articolo di MARCO VIGNOLA (2017)

Abbiamo il piacere di annunciarvi che il nostro membro Marco Vignola ha appena dato alle stampe, per i tipi di Edizioni dell’Orso, una pubblicazione di argomento oplologico che svela nuovi scenari in tema di marchi fabbrili e produzione di armature di piastre nella Milano del Tardo Medioevo.

Copertina

Di seguito l’abstract presente sul sito dell’editore (www.ediorso.it):

La produzione delle armature a Milano rappresentò per secoli una delle eccellenze cittadine, ponendosi ai vertici europei per qualità costruttiva ed eleganza formale. Sebbene rimangano ben poche fonti a testimoniare il lungo iter delle fabbriche milanesi verso simili vette, è comunque indiscutibile che questi ateliers tra Trecento e Cinquecento scrissero una pagina indelebile nella storia degli armamenti, stimolando fin dal XIX secolo l’interesse di una vasta platea di studiosi. Un nodo tuttavia si è sempre dimostrato difficile da sciogliere: come identificare i prodotti di queste officine e come distinguerli da quelli di altre città? A un simile quesito solo la decifrazione dei marchi impressi sulle piastre ha potuto offrire una risposta, nella speranza di attribuire un autore ai capolavori di arte fabbrile dispersi tra le collezioni pubbliche e private. Tali tentativi non sempre si sono rivelati fruttosi, specie per la poca documentazione scritta e iconografica disponibile, indispensabile per una contestualizzazione degli esemplari superstiti. Questo lavoro, pertanto, nasce con l’intenzione di ritornare sulla vexata quaestio attributiva, offrendo nuovo materiale ai ricercatori e facendo il punto sulle teorie fino ad oggi ventilate. Alla prefazione storica e al catalogo delle marche, infine, è stata aggiunta un’ampia appendice iconografica commentata, legata al testo ma in una certa misura indipendente, per meglio schiudere le porte della disciplina oplologica alla platea più ampia dei “non addetti ai lavori”.

CLICCANDO QUI puoi leggere un breve curriculum vitae dell’autore.

Complimenti vivissimi a Marco, a nome di tutta IMAGO ANTIQUA!

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