Articolo di MARCO VIGNOLA
Pubblicato il 04.12.2025; tutti i diritti riservati.

Francesco Missaglia dei Negroni da Ello, figlio del noto Tommaso e fratello dell’altrettanto celebre Antonio, malato ormai da tempo, il 24 agosto 1469 dettò al notaio Iacobino de Brena il proprio testamento, giunto a noi in una copia autentica probabilmente seicentesca.

Uomo di provata fede (come testimoniato dai numerosi legati “pro anima” destinati a opere religiose e in particolare a una costruenda cappella di famiglia in Santa Maria in Beltrade), tra i vari passaggi delle sue ultime volontà egli destinò un paio di capi in tessuti preziosi alla realizzazione di due palli liturgici.
Tale pratica, già ben nota agli addetti ai lavori, trova precisi riscontri nella sartoria di numerosi paramenti giunti fino ai nostri giorni, ma le precise descrizioni del testamento in oggetto risultano comunque piuttosto interessanti.

DSC_0335
CONSULTA ONLINE gli scatti di Andrea Carloni dedicati alla mostra “Fili d’oro e dipinti di seta. Velluti e ricami tra Gotico e Rinascimento” (2019, Castello del Buonconsiglio, Trento)

In entrambi i casi Francesco donava una giornea (iornea) perché venisse riadattata a pallio (pallium). La prima veniva descritta come “ducali ab arco” con divise araldiche ad essa applicate (cum divisiis super ea exitentibus). Poco chiaro mi risulta il senso di “ab arco” in tale contesto, ma non si può escludere un errore di trascrizione da parte del copista, per quanto sembri confermata la sua natura di veste araldica con qualche impresa ducale applicata.

Era questo certamente il caso della seconda giornea destinata a Santa Maria in Beltrade, per la quale si parla chiaramente di un donativo dello stesso duca di Milano e di armi ducali ed un cimiero ivi ricamato, verosimilmente corrispondente all’impresa ducale del cimiero col drago crestato impresso su molte monete sforzesche.

Cimiero su Testone di Galeazzo Maria Sforza

La vicinanza della famiglia Missaglia alla casa ducale, d’altro canto, risulta pienamente conclamata già dai tempi dell’amicizia diretta e personale di Tommaso Missaglia col duca Francesco Sforza; contiguità poi mantenuta dal figlio Antonio fino alla sua morte. Per quanto figura certamente meno nota nell’alveo della dinastia, anche Francesco era parte integrante dell’atelier Missaglia, condividendo la residenza con Antonio e rappresentando la bottega paterna alla corte di Francia, presso la quale nel 1468 si recò di persona per consegnare al re l’armatura commissionata, ricevendone in omaggio 12 tazze d’argento citate nello stesso inventario.

La presenza di una giornea araldica donata dal duca tra i beni testamentari, pertanto, potrebbe riferirsi proprio a questo viaggio in terra francese, ove poco prima di morire Francesco ebbe il compito di rappresentare non soltanto l’eccellenza della bottega di famiglia, ma più in generale quella di Milano e del suo duca.

La pagina iniziale del testamento originale, parzialmente trascritto dal nostro paleografo e membro Marco Vignola

Milano, Archivio Luoghi pii elemosinieri, Araldico-Genealogico, Famiglie, 306

Trascrizione delle parti relative alle due giornee:

“Item volo, statuo et ordino ac iubeo et mando quod infrascripti heredes mei teneant et debeant fieri facere paleum unum de mea iornea ducali ab arco cum divisiis super ea exixtentibus et ipsum paleum facere forniri et sic factum teneantur tradere, dimittere et relaxare capellae dominae Sanctae Mariae de S. Celso Mediolani…”.

Alla cappella construenda in Santa Maria in Beltrade egli dona “iorneam meam recamatam cum cimerio mihi largitam per illustrissimum principem dominum meum ducem Mediolani, et de qua iornea fiat per dominos infrascriptos heredes meos unum paleum ad altare ipsius capellae, cum ipso cimerio et aliis armis super ea exixtentibus…”

* * * * *

SUGGERIMENTI DI APPROFONDIMENTO

Per una panoramica generale sulle fonti edite relative alla famiglia Missaglia, si veda: Ceccarelli D. 2007, I Missaglia: armaioli del secolo XV, in “Clio. Rivista trimestrale di studi storici”.

In tema di utilizzo dei tessuti serici come abbellimenti di vesti liturgiche, segnaliamo l’interessante mostra Tesori di seta. Capolavori tessili dalla donazione Falletti, che si terrà presso il Museo del Tessuto di Prato fino al 3 maggio 2026.

Articolo di MARCO VIGNOLA
Pubblicato il 17.07.2025; tutti i diritti riservati.

Uno degli interrogativi più “spinosi” relativi alle difese delle fanterie italiane nel pieno Quattrocento è sempre stato l’impiego o meno dei petti da fante cosiddetti “alla tedesca”.

Se la loro produzione negli ateliers peninsulari è assolutamente “certificata” dalla munizione conservata a Castel Coira (marchiata con segni bresciani non equivoci), a livello iconografico tali protezioni non sembrano presentarsi almeno fino agli anni ‘90 del secolo, quando Vittore Carpaccio li ritrae nelle sue Storie di Sant’Orsola.
L’impiego dei petti “globoidi” tipici del secondo Trecento (ben testimoniati, per esempio, dall’altare argenteo di San Jacopo a Pistoia) sembra infatti interrompersi, mentre incontestabile risultava il favore del quale godevano le “brigantine”.

VITTORE CARPACCIO, “Storie di S. Orsola”, episodio “Arrivo dei pellegrini a Colonia” (1490, Gallerie dell’Accademia, VeneziaWikimedia

Il testo di un piccolo quaterneto milanese, condizionato nella busta miscellanea “Autografi, 227” dell’Archivio di Stato di Milano e recentemente trascritto integralmente in un mio contributo reperibile su Academia, può offrire tuttavia qualche spunto interessante su questo capitolo molto specifico dell’oplologia.

Compilato nel 1451, la sua stesura sembrerebbe il prodotto di una sola missione compiuta da Giovanni Orombelli, “collaterale” di Francesco Sforza, visitando le rocche sparse nei territori sud-occidentali del ducato, a guardia degli strategici passi appenninici fin verso Parma, Piacenza e quindi Milano.

Tra i molti inventari qui stilati, uno relativo alla fortezza dei San Colombano al Lambro (citato integralmente in appendice) menziona esplicitamente la presenza di ben 10 “pecti de azale novi”.
Ferme restando tutte le possibili incertezze lessicali che potrebbero inficiare la corretta lettura degli antichi inventari, il termine “pecto de azale” (= petto di acciaio) lascia ben poco spazio a dubbi, così come l’aggettivo “novi”, logicamente indicante prodotti “nuovi”.

Trattandosi di pezzi di fresca manifattura, inoltre, possiamo con buona certezza escludere che si trattasse di elementi residuali, come per esempio il “pectum ferreum” citato nella periferica rocca di Ranzo, in provincia di Imperia, molto probabilmente un esemplare ormai vetusto della più vecchia tipologia globoide (1424; Archivio di Stato di Genova, Antico Comune 338, c. XXVII v.).

Possiamo dunque asserire con qualche certezza che intorno alla metà del XV secolo almeno una fortificazione in suolo italiano vantasse una munizione abbastanza numerosa di petti da fante, molto probabilmente di fabbrica milanese, dato che le turbolenze belliche antecedenti la Pace di Lodi certamente non favorivano l’importazione di materiali strategici come le armi.

Petto da fante di produzione milanese, marchiato e databile tra 1465 e 1475; proviene dall’Armeria del Conte Trapp a Castel Coira ed è attualmente conservato presso le Royal Armouries di Leeds (inv. III.1282) – www.royalarmouries.org

A livello storico ricostruttivo, è in ogni caso utile ricordare la fortissima prevalenza di armamenti corazzati tanto negli inventari quanto nell’iconografia, sconsigliando dunque indebite generalizzazioni in merito ai petti da fante.
E’ tuttavia probabile che a difesa dei parapetti di alcune fortificazioni queste difese venissero salutate con favore, in quanto più comode delle brigantine e tutto sommato equivalenti a livello protettivo, visto che i difensori in questo caso non dovevano presentare la schiena agli assalitori, a differenza delle fanterie campali molto più mobili ed esposte anche sulle terga.

Archivio di Stato di Milano, Autografi, 227, c. 2v.

Sanctocolumbano

In esso castello de Sanctocolumbano gli sono le infrascripte a presso de magistro Ioseph ibidem castellano et cetera:
prima balestre IIII° a bancho cum banchi II
item balestre IIII° a molinelo senza molineli
item Iᵃ altra balestra a molinelo rota
item balestre VIII a cirela et a manete sine crochi et cireli et Iᵃ stambuchina, quale sono inutille
item coraz(e) VII coperte cum suoy speraroli
item coraz(e) V
[1] scoperte sine speraroli
item pecti X de azale novi
item tarchoni VIIII° et sgiopeti VIIII°
item sgiopeti II roti
item spingarda Iᵃ de metalo
item Iᵃ altra de ferro cum suo cepo
item libre CCL de piombo cum certe balote
item bombardele V pizole da mano
item capse XIIII° de veretoni a bancho et a busola
item barili VI½ de polvere a bombarda

item barile I a schiopeti
item Iᵃ corda grossa e longa
item lumerii II et due lucerne
item stopini XXV et palli II de ferro
item cadene II a ponte levatorio cum certis fornimentis
item gavete XIIII° de fillo a balestre
item stari LXXVII furmenti
item campana una Iᵃ et I° curlo
[2]
item lectere X tra grande e pizole
item banche IIII° grande e pizole
item archoni II° et discho uno
item modii V farine
item vaseli VIII a vino de brente XLIII et pleni
item capsono I° a farina et Iᵃ buratora
item molandino I fornito da macinare
item vaseli X de brente C in li quali sono brente LX vini albi et vermili
item vaseli a vino quali sono del magnifico mesere Cicho.

[1] “segue “s” e altra lettera abbozzata depennate

[2] Così nel testo

*** CLICCA QUI per leggere l’articolo completo su Academia.edu ***

Articolo di MARCO VIGNOLA
Pubblicato il 06.04.2025; tutti i diritti riservati.

Il 18 dicembre 1476 Agostino Spinola eseguì l’ispezione di una nave appartenente a Nicola “de Nigrono” e capitanata da un certo Alaono, onde verificarne l’adeguato equipaggiamento. Come infatti già attestato dal trecentesco “Liber Gazarie”, era prassi nella Genova tardo-medievale che ai patroni delle navi s’imponesse un standard minimo di armamento, per dissuadere da eventuali atti di pirateria e garantire la sicurezza di uomini e merci.

I verbali superstiti di queste monstre ci schiudono pertanto un mondo variegato di equipaggi, armi e attrezzature, consegnando dei momenti “congelati nel tempo” e svelando dettagli estremamente interessanti sulla vita marittima.
In prima battuta, tra le figure specializzate che vediamo imbarcate, oltre all’immancabile scriba, compaiono una serie di professionisti destinati alla manutenzione della nave (un calafato, un maestro d’ascia e un tornitore), oltre a un bottaio e a un “balestrarius”: termine probabilmente impiegato per designare non un comune balestriere, ma una figura deputata alla manutenzione delle balestre, visto che sulla nave ne risultavano imbarcate 40 tra quelle a tornio e a girella.

Tre erano invece i bombardieri addetti alla gestione di 21 bocche da fuoco (numero decisamente elevato, data l’epoca) e probabilmente del tipo “a mascolo”, visto che a loro erano destinati ben 69 “canoni” [1], con una media di oltre tre per ciascuna bocca. Fatto interessante, due di questi bombardieri, Robertus de Anglia e Giraldus de Alamania, palesavano nel loro stesso nome una provenienza estera molto esplicita, a segnalare la forte mobilità di queste figure professionali.

Bombarda del 1450 c. e bombardella del 1410 c. conservate presso il Musée de l’Armèe – Les Invalides, Parigi; foto Andrea Carloni (2006)

In tutto si contavano 78 uomini stipendiati, suddivisi in 22 specialisti, 23 marinai generici, 29 famuli e 4 “scannagalli” (termine quest’ultimo che in antico designava i mozzi), oltre a 10 imbarcati senza paga; probabilmente semplici passeggeri.

La dotazione di armamenti individuali, comunque, includeva 40 coiracie (ovvero, brigantine) e 46 celate, oltre a cinque dozzine di “lance lunghe” (evidentemente picche), a due dozzine di partigiane, 5 dardi e 12 “targhette”; munizione sufficiente a proteggere poco più della metà dell’equipaggio e ad armarne la totalità, rendendo la nave capitanata da Alaono una sorta di “fortezza galleggiante”.

Non risulta ben chiaro il senso delle “falde” e il concetto di “nave infaldata”, ma forse qui il termine potrebbe designare delle protezioni mobili da impiegarsi contro le armi da lancio, visto che l’utilizzo bellico sarebbe confortato dalla loro inserzione tra gli armamenta. Altrettanto poco chiare sono le thore da ponte (tavole da ponte), pure incluse tra gli armamenti e forse impiegate per abbordare eventuali navi avversarie.

Sebbene non strettamente legato all’arsenale di bordo, si è scelto di trascrivere in appendice anche l’elenco del sartiame, il quale indirettamente ci descrive una forma a più alberi, con vela maestra, mezzana e trinchetto, forse identificabile come una caracca: ovvero, un grande nave da carico che poteva essere fortemente armata, già impiegata dai Genovesi nel Quattrocento in commerci a lunga distanza.

Parte del documento originale oggetto del presente articolo

Archivio di Stato di Genova, Antico Comune, Diversorum 3057.

Dotazione di bordo:

Armamenta:
bombarde viginti unam sive pec(ii)
[2] XXI con canonis LXVIIII
pulveris baril(e) VII grosse plene
balistri de turno et zurela i(n) s(umma)
[3] XXXX, zurele viginti et torni quatuor
veretonorum de zirela et turno capsias viginti
cracie quadraginta sex
celate quadraginta
fade pecii XII et ultra tota nave infaldata
tarchete pecii duodecim, sive X[…]
lamse longe duodene quinque, sive partexane duodene duoi, sive dardara a numero V
thore da ponte pecii septuaginta.

Sartia:
agumene octo nove
agumene quatuor de brachiis XVI in plus
agumene VIII basse
proeiexi, caveti et alia filia ad sufi[…]
anchore sex grosse et una pa
Magistra una con boneta nova et aliis duabus bonetis
Mezana et trincheto novo
contra mezana, velum gabie ciu[…] et multe alie vele similes.


[1] Il lemma qui indicava quasi certamente una camera da scoppio amovibile.
[2] Scioglimento incerto
[3] Scioglimento incerto


Articolo di MARCO VIGNOLA
Pubblicato il 19.06.2024; tutti i diritti riservati.


INQUADRAMENTO TIPOLOGICO GENERALE

La consuetudine di sospendere alla cintura piccoli coltelli racchiusi in foderi di pelle, solitamente stampigliati o incisi, risulta ampiamente attestata in tutta l’iconografia bassomedievale e ben oltre i limiti del XV secolo.
Le dimensioni delle loro lame non sono in genere condizione sufficiente per ascriverli alla categoria delle “armi”, ma piuttosto tra gli utensili di uso comune. Si trattava, in estrema sintesi, di oggetti dalla funzione squisitamente pratica e civile, sottolineata da un tagliente in genere troppo ridotto per un impiego in campo bellico.

GIACOMINO DA IVREA, ciclo affrescato nel 1441; Cappella di S. Michele (Verrayes, fraz. Marseiller, AO) – copyright A. Carloni (2021)

ANDREA DELITIO, “Fuga in Egitto” (dett.), 1470-1480c; Coro dei Canonici c/o Cattedrale di S. Maria Assunta (Atri, TE) – copyright A. Carloni (2013)

Approcciandosi ad una descrizione tipologica delle lame di coltello, come succede per molti attrezzi di impiego quotidiano, bisogna tuttavia premettere il forte conservatorismo delle forme funzionali, che si possono mantenere quasi intatte per secoli e secoli, complicando o vanificando qualsiasi sforzo d’inquadramento troppo stretto.
A livello descrittivo, tuttavia, è comunque possibile individuare almeno tre grandi “famiglie”, tutte attestabili nel nostro periodo di riferimento, sebbene con diverso profilo di rarità: serramanico, a codolo stretto, a codolo largo.

Lama di coltello a serramanico rinvenuta presso gli scavi del Castello di Attimis (UD), XIV secolo


La prima di queste era caratterizzata da una lama (solitamente di dimensioni contenute) terminante in una linguetta collocata vicino al perno ove ruotava dentro al manico, a sua volta realizzato in materiale organico o talvolta in metallo. Tale linguetta, secondo un un impiego ancora attuale nei rasoi, aveva la funzione di facilitare l’estrazione del tagliente e mantenerlo in posizione, senza l’ausilio di molle o meccanismi d’arresto.
Ritrovamenti di coltelli a serramanico di ogni genere sono relativamente sporadici in contesti bassomedievali, in rapporto a quelli a lama fissa. Su un campione di ben 310 reperti individuati in scavi londinesi, per esempio, solo due sono a serramanico; situazione analoga a Rougiers, nel sud della Francia, dove questa tipologia risultava minoritaria. Restando in ambito italiano, alcuni esemplari figurano in repertori friulani (come Attimis e il Castello della Motta) e in altri contesti quali Castel Pietra a Gavorrano (GR) e Tremona, nel Canton Ticino.
Per quanto poco comuni, dunque, i serramanico dovevano essere sufficientemente diffusi e declinati in una rosa di forme difficilmente inquadrabili in una precisa area geografica o in un arco di tempo troppo ristretto, trattandosi d’una tipologia già documentata almeno dall’Alto Medioevo.

Coltello originale con manico in legno, tipologia “a codolo stretto”; prov. Inghilterra, 1480-1520 c. (collezione privata)

La seconda famiglia, certamente più comune della precedente, è quindi costituita dai tipi “a codolo stretto”, ove la lama terminava in un sottile prolungamento a “chiodo” inserito dentro a un manico di vario materiale e qui ribattuto. Dall’età romana tale forma risulta pressoché esclusiva in contesti nazionali insieme ai serramanico almeno fino al XIII secolo, quando ad essa cominciarono ad affiancarsi i tipi “a codolo largo”, come dimostrato in maniera non equivoca dagli scavi di Castelfranco Emilia (MO).
Analogamente a moltissimi coltelli odierni, due guanciole erano qui fissate alla superficie spianata del codolo tramite una serie di ribattini passanti, col risultato di un insieme decisamente più robusto rispetto alle tipologie a codolo stretto, sempre più rare col progredire del Trecento e ormai residuali nella seconda metà del Quattrocento.

Coltello originale con manico in legno, tipologia “a codolo largo”; prov. Inghilterra, 1480-1520 c. (collezione privata)

L’uso di trattenere le guanciole del manico tramite rivetti è in ogni caso corroborato nel Duecento anche per via iconografica: nelle scene di battaglia affrescate sulle pareti del Palazzo Comunale di San Gimignano, infatti, compaiono già alcune basilarde dotate di un manico a guanciole rivettate tra il 1288 ed il 1292, segnando un prezioso termine iconografico ante quem per questa soluzione tecnica.
Anche nel contesto ticinese di Tremona, manufatti di questo genere si attestano già in ambiti di XIII secolo, rafforzando l’idea di una transizione tipologica molto graduale a partire dal secondo Duecento.

Coltello originale con manico in osso, tipologia “a codolo largo”; prov. Inghilterra, 1480-1520 c. (collezione privata)

Tornando allo specifico della seconda metà del Quattrocento, i coltelli appartenenti a quest’ultima famiglia risultano decisamente i più documentati a livello iconografico ed archeologico, con una declinazione di varianti strepitosamente ampia.
A livello strutturale si osservano tuttavia alcune costanti che attraversano tutto il nostro periodo di riferimento.
In prima battuta, il codolo sul dorso viene quasi sempre a rastremarsi verso l’estremità del manico: espediente utile a ridurne il peso, spostando il bilanciamento della lama verso la punta. Un baricentro più avanzato, infatti, rendeva meno soggetto al ribaltamento un coltello appeso alla cintura, minimizzando (insieme a foderi conformati per accogliere la parte del manico più prossima alla lama) il rischio di smarrimento accidentale.

Un’altra caratteristica tecnica pressochè invariata nei coltelli della nostra epoca si localizza nel punto di passaggio tra guanciole e lama, il quale poteva essere lasciato franco da decorazioni oppure arricchito da elementi in lega di rame diversamente sagomati, ma comunque sempre rivettati al corpo del coltello.
In taluni casi, la transizione poteva essere segnalata da una lamina metallica (quasi sempre ottone, più di rado argento) che sovente veniva interposta tra guanciole e codolo, qui semplicemente ripiegata verso l’alto a rifasciare l’estremità delle guanciole stesse.

Coltellinaio al lavoro; “Mendelschen Hausbuch”, Amb. 317.2° Folio 95 verso, Mendel I, 1476 (fonte: www.hausbuecher.nuernberg.de)

Col volgere del Quattrocento e il principio del Cinquecento, tuttavia, gli antichi coltellinai iniziarono a realizzare un ringrosso alla base del codolo, finendo per sostituire le vecchie applicazioni con un nodo (spesso modanato) forgiato in un sol pezzo nel corpo del coltello: nasceva così una forma “moderna” che nel Cinquecento avrebbe rapidamente conosciuto una vasta fortuna, soppiantando le precedenti.
La varietà tipologica estrema di queste soluzioni permise una vastissima gamma di forme e decori, legati a specifiche funzioni, aree geografiche, prezzo e gusti individuali: una galassia che proveremo ad esplorare (anche solo in minima parte) nel prossimo contributo legato al mondo della coltelleria.

Il banco del coltellinaio nel mercato storico-didattico di IMAGO ANTIQUA – copyright U. Fedenco (2023)

Bibliografia sintetica

BELLI M. 2002, I reperti metallici provenienti dallo scavo di Castel di Pietra: studio preliminare dei contesti e presentazione della tipologia morfologica, inC. Citter(a cura di), Castel di Pietra (Gavorrano – GR): relazione preliminare della campagna 2001 e revisione dei dati precedenti, “Archeologia Medievale”, XXIX, Firenze, pp. 165-167.

COWGILL J. – DE NEERGAARD M. – GRIFFITHS N. 1987, Medieval finds from excavations in London: 1. Knives and scabbards, Woodbridge.

DEMIANS D’ARCHIMBAUD G. 1980, Le fouilles de Rougiers (Var). Contribution à l’archéologie de l’habitat rural médiéval en pays méditerranéens, Paris.

DU HEAUME G. 2020, The Queenhithe Collection, “Journal of the Antique Metalware Society“, 25, Suffolk.

LIBRENTI M. – ZANARINI M. 1998, Archeologia e storia di un Borgo Nuovo bolognese: Castelfranco Emilia (MO), in Archeologia in Emilia Occidentale. Ricerche e studi, a cura di S. Gelichi, Mantova, pp. 79-113.

MARTINELLI A. 2008, I reperti metallici, in Tremona Castello. Dal V millennio a.C. al XIII sec. d.C., a cura di A. Martinelli, Firenze, pp. 272-311.

PIUZZI F. 2003 (a cura di), Lo scavo del Castello della Motta (Povoletto), Firenze.

VIGNOLA M. 2003, I reperti metallici del Castello Superiore di Attimis, “Quaderni Friulani di Archeologia”, XIII, Udine, pp. 63-81.

Articolo di MARCO VIGNOLA
Pubblicato il 22.07.2023; tutti i diritti riservati.

Correva l’anno 1474 quando nella Milano sforzesca fu avviata una riforma che costituì una tappa fondamentale per la storia della monetazione cittadina, ma non solo. Infatti, dopo la recente esperienza della “lira Tron” veneziana del 1472, il grossone milanese da 20 soldi rese “concreta” e coniata la lira, che fino a quel momento era stata soltanto un nominale di conto.

Vennero così alla luce i cosiddetti “testoni”, che ritraevano il duca Galeazzo Maria Sforza con eccezionale livello di dettaglio, alla pari della migliore medaglistica del periodo.

Piero del Pollaiolo, Ritratto di Galeazzo Maria Sforza, Galleria Nazionale degli Uffizi (1471; fonte Wikipedia).

Al dritto di questa grande moneta, oltre alla folta chioma del signore, risaltano l’armatura in piastre (sulla parta alta del suo busto è ben visibile lo spallaccio) e il collo fasciato da un gorzarino di maglia, secondo la prassi militare del periodo. Al rovescio compare invece l’antico blasone visconteo, sormontato dal cimiero ducale con il drago alato e accostato da G3′ – ‘M; con i tizzoni e secchie.
Si tratta, beninteso, di una moneta piuttosto massiccia, con un diametro intorno ai 29 millimetri ed un peso di circa 9,78 grammi al titolo di 962/1000, molto elevato per l’epoca, la quale, oltre a celebrare il duca quasi comparandolo alle gloriose figure della Roma imperiale, testimonia egregiamente il dinamismo economico raggiunto dall’Italia nel secondo Quattrocento.

Dritto e rovescio di un testone da 20 soldi di Galeazzo Maria Sforza (1474-1476; collezione privata e foto dell’autore).

Sempre in ambito milanese, la versione più leggera e sottile del testone, del valore di 10 soldi, condivideva il tipo del ritratto ducale con la “sorella maggiore”, ma al rovescio mostrava lo stemma sforzesco affiancato dalle iniziali del duca.

Dritto e rovescio di un mezzo testone da 10 soldi di Galeazzo Maria Sforza (1474-1476; collezione privata e foto dell’autore).

Non è questo il luogo per dibattere circa l’opinione di alcuni studiosi che videro in tali monete lo spartiacque tra monetazione medievale e moderna: tuttavia, l’esperienza milanese fece sicuramente scuola e a breve volgere seguirono Ferrara, il ducato di Savoia e molte altre signorie minori.

Per quanto le monete giacciano perlopiù nascoste nel fondo delle scarselle e dunque non appaiano in scenari ricostruttivi con la stessa evidenza di abiti, armamenti, suppellettile etc., è comunque indiscutibile che anche questi piccoli dischetti metallici possano aggiungere una tessera al più variegato mosaico della rappresentazione del passato. A ben guardare, erano a tutti gli effetti parte integrante della vita quotidiana e plastico riflesso del governo che le aveva prodotte, oltre a preziosi manufatti che dal Rinascimento assorbirono il gusto artistico, tramandandolo fino a noi grazie alla serialità della coniazione.

Dischiudere la scarsella per mostrare al pubblico monete rappresentative dell’epoca ricostruita, può dunque rappresentare uno step ulteriore nella divulgazione storica, specialmente in contesti museali o dove l’interazione col pubblico sia più lunga e ravvicinata, come nei mercati.

Ricostruzioni di monete del tardo XV secolo, impiegate negli eventi didattici di IMAGO ANTIQUA

Per una recente sintesi sulla zecca di Milano, si consiglia la pubblicazione relativa alle monete del medagliere di Vittorio Emanuele III (Bollettino di Numismatica, 43), disponibile on-line QUI

Articolo di MARCO VIGNOLA e AUGUSTO BOER BRONT
Pubblicato il 12.02.2022; tutti i diritti riservati.
* * * * *

Rampollo della nobile famiglia degli Albizzeschi, Bernardino da Siena nacque a Massa Marittima nel 1380 e morì il 24 maggio del 1444, venendo infine canonizzato a sei anni precisi dalla morte.

La sua infaticabile attività di predicazione lo rese una delle figure spirituali più influenti del Quattrocento italiano, guidandolo tanto nelle piazze quanto nelle più grandi corti dell’Italia del suo tempo.
A differenza di altri predicatori contemporanei, il suo stile si manteneva tuttavia ben lontano da una retorica eccessiva, preferendogli una narrazione semplice e nutrita di esempi tratti dalla vita quotidiana, che potessero raggiungere anche le menti più semplici e meno avvezze agli artifici retorici cari agli umanisti.

Un esempio concreto delle sue umili (ma efficaci) parole ci è trasmesso dalle 45 prediche tenute a Siena nell’estate del 1427 in Piazza del Campo, trascritte stenograficamente su tavolette cerate da Benedetto di maestro Bartolomeo.
Una di queste in particolare, intitolata “La buona corazza”, risulta illuminante per gli studiosi di oplologia e di metallurgia più in generale. Qui Bernardino fa esplicito riferimento a un incontro da lui avuto durante un suo soggiorno milanese (probabilmente intorno al 1419-20) con un “perfetto maestro” armoraro, che gli mostrò come distinguere una buona corazza da una di qualità inferiore. Lasciamo a questo punto la parola a Bernardino stesso:

«Quando io fui a Milano, io la imparai a cognòsciare da uno perfetto maestro, e dissemi la ragione a volerla fare buona, come ella voleva essere fatta. E dissemi che a volerla buona, non voleva essere né d’acciaio né di ferro. O di che la faremo dunque? Dissemi che voleva essere fatta in questo modo: che voleva essere da uno lato acciaio e dall’altro di ferro. E volevasi fare in questo modo, che si voleva fare piastre d’acciaio puro e piastre di ferro puro. Se fusse tutta di ferro, non sarebbe forte, ché il guirrettone la passarebbe: e se fusse tutta d’acciaio, la percossa della lancia o d’altro la spezzarebbe. E però si voleva fare dell’uno e dell’altro, cioè di fuore l’acciaio e di dentro il ferro, e bàttare insieme l’uno coll’altro, e farne uno corpo, ed in quello modo sosterrebbe alla percossa, ed anco non passarà mai il ferro: una alteri coniungitur: e così sarà perfetta».

(Novellette ed esempi morali di San Bernardino da Siena, a cura di A. Baldi, 1916, p. 79)

FIG. 1 – Bacinetto con ventaglia, 1390-1410 c. (Wallace Collection, inv. A69); foto di Augusto Boer Bront

Il passaggio, ben comprensibile in ogni suo punto senza fraintendimenti lessicali, dimostra come una “buona corazza” milanese avesse caratteristiche più complesse di quanto sia immediatamente visibile ad occhio nudo e come alle piastre si applicassero processi tecnologici analoghi a quelli di alcune lame. In queste, infatti, l’unione di ferro e acciaio non era certamente una novità, perché l’acciaio attraverso la tempra può raggiungere strutture di grande durezza come la martensite (una forma polimorfa metastabile dell’acciaio).

Se un tagliente molto duro in un coltello poteva offrire grandi vantaggi a livello di tenuta del filo, per contro una lama interamente martensitica avrebbe sofferto il rischio di frantumarsi se percossa, non diversamente da un vetro. Unendo un tagliente duro ad un dorso di ferro più duttile, invece, l’utensile avrebbe riassunto i benefici della resistenza del filo alla tenacità del ferro, offrendo un eccellente compromesso tra robustezza e capacità di resistere ai colpi.

Questo concetto applicato ad una piastra difensiva realizzata in due strati, come abilmente spiegato da San Bernardino, avrebbe pertanto coniugato la maggiore resistenza alla penetrazione di uno strato esterno più duro alla duttilità della sezione interna.
Un verrettone, per esempio, avrebbe più difficilmente scalfito e penetrato la scorza temprata, mentre colpi di lancia o altre azioni percussive non avrebbero portato la piastra ad infrangersi, ma piuttosto l’avrebbero ammaccata con minori conseguenze per il combattente.

FIG. 2 – Bacinetto con ventaglia, 1390-1410 c. (Wallace Collection, inv. A69); foto di Augusto Boer Bront

L’eccezionale testimonianza di Bernardino trova peraltro conferma nell’esame ravvicinato di un bacinetto probabilmente milanese e oggi alla Wallace Collection, databile intorno al 1390-1410, ovvero ad un periodo non distante dalla predica del Santo.

Sui bordi di questo prezioso manufatto, è chiaramente apprezzabile in più punti una struttura stratificata della piastra (figg. 1-2), che conferma in pieno il testo della predica, con un riscontro diretto e di rara efficacia della perizia eccezionale raggiunta dagli armorari milanesi tra Trecento e Quattrocento.

Un “segreto dell’arte” pervenuto sino a noi grazie alle parole proferite in un giorno d’estate del 1427 in Piazza del Campo, da uno dei Santi più emblematici dell’Italia del Quattrocento.

PRINCIPALI FONTI DI RIFERIMENTO

Vita di San Bernardino: CLICCA QUI

Edizione delle sue Novellette: CLICCA QUI

Scheda del bacinetto presso la Wallace Collection: CLICCA QUI

Manifattura delle lame di coltello: Cowgill J., De Neergard J., Griffiths N. (a cura di), Knives and Scabbards, Woodbridge, 1987, p. 62 e ss.

La “ricostruzione storica”, intesa come approccio metodologicamente corretto alla restituzione viva del passato, si presta non soltanto alla didattica frontale, ma anche alla realizzazione di supporti audiovisivi proiettati in contesti museali.

Nella fattispecie, presentiamo un breve filmato realizzato da Matteo Sicios, con testi di Alessandro Giacobbe, nell’ambito di un progetto finanziato dalla Fondazione Agostino de Mari per il Museo Diocesano di Albenga.

Sebbene ancora poco conosciuto alle masse, il museo presenta nella cornice stupenda dell’antico palazzo vescovile, una collezione che spazia dalle ceramiche medievali rinvenute nell’attigua cattedrale, fino a quadri di autori celebri (primo su tutti Guido Reni), per includere oggetti liturgici medievali, codici miniati e sculture. Tra le argenterie particolare rilievo spetta ad una testa reliquiario realizzata dall’orefice Bernardo Folco; rara e preziosa testimonianza di una scuola di oreficeria locale, florida tra Tardo Medioevo e prima età moderna.

Le informazioni a noi giunte sulla persona di Bernardo sono purtroppo molto scarse. Unica sua opera superstite è infatti il busto reliquiario di San Verano di Cavaillon (m. 590), le cui reliquie, molto venerate ad Albenga, trovano ancora riposo nella cattedrale dedicata a San Michele.

Sappiamo che il 2 dicembre del 1470, Gio Antonio Costa del fu Nicolino, impose nel suo testamento la spesa di 60 lire per l’esecuzione di un raffinato reliquiario argenteo rappresentante la testa del santo, completata e firmata dal Folco nel 1475.

La raffinatezza del manufatto artistico depone a favore del suo notevole dominio del metallo prezioso, mentre la dispersione della sua produzione artistica fu probabilmente causata dal sequestro dei tesori ecclesiastici attuato in epoca napoleonica, dopo l’istituzione della Repubblica Ligure nel 1797.

L’esistenza di una scuola di orefici locali, tuttavia, rivela ancora oggi la notevole ricchezza culturale di Albenga del Tardo Medioevo, ulteriormente confermata dalla pletora di “frescanti” che ammantarono le chiese delle sue vallate in coltri affrescate, ancora in parte sopravvissute al vaglio dei secoli: episodi forse relegati al ruolo di “arte minore”, ma che ci trasmettono l’immagine di un Medioevo tutt’altro che buio e monocromatico, come purtroppo traspare in recenti produzioni hollywoodiane.

Per approfondimenti: La cattedrale di Albenga, a cura di J. Costa Restagno e M. C. Paoli Maineri, Albenga 2007.

L’Ass. Cult. IMAGO ANTIQUA ringrazia sentitamente il Museo Diocesano di Albenga per la gentile concessione della condivisione di questo video sui propri canali multimediali.
Esso fa parte della guida del Museo predetto ed è stato girato nell’estate 2020 presso il nostro spazio didattico permanente dedicato al Tardo Medioevo, sito a Zuccarello (CLICCA QUI per saperne di più).

Starring: Marco Vignola, nei panni dell’orafo Bernardo Folco

Testi e regia: Alessandro Giacobbe

Realizzazione: Matteo Sicios (www.matteosicios.com)

Finanziatore progetto: Fondazione Agostino de Mari

Si ringraziano: Don Mauro Marchiano, Gianmaria Mandara, Elena Fossati

Articolo di MARCO VIGNOLA
Pubblicato il 14.05.2021; tutti i diritti riservati.
* * * * *

Anche ben oltre i limiti cronologici del XV secolo, i manufatti ceramici rappresentano un elemento imprescindibile nel mondo ricostruttivo, non soltanto per i legami con la realtà storica che desideriamo riproporre, ma soprattutto per la loro intrinseca funzionalità quotidiana.

Tralasciando il pentolame da fuoco, il cui impiego richiede l’apprestamento di una cucina e di un focolare, la semplice ceramica da mensa è il compendio naturale di ogni banchetto e di ogni mescita, così come ciotole e scodelle sono un’alternativa più igienica (e storicamente inappuntabile) alle stoviglie in legno.

Non è ovviamente questa la sede per addentrarci nel merito della produzione ceramica del passato, perché troppe sono le tipologie susseguitesi nei secoli, con caratteristiche talvolta così chiare da permetterne una precisa collocazione produttiva geografica e temporale.
Ciò che qui preme, semmai, è indicare alcuni dei punti che rendono assai complessa una replica moderna dei manufatti antichi: problematica certamente viva in ogni ambito ricostruttivo (si pensi per esempio ai tessuti o alla difficile reperibilità di certi legnami stagionati e di giusta misura), ma particolarmente acuta quando si confrontino i prodotti di botteghe moderne e le ceramiche di antiche officine.

Piatto faentino in maiolica con profilo muliebre, famiglia gotico floreale, terzo quarto del XV secolo (coll. privata); a destra la sua replica (coll. IMAGO ANTIQUA).

Piatto faentino in maiolica con profilo muliebre, famiglia gotico floreale, terzo quarto del XV secolo (coll. privata); a destra la sua replica (coll. IMAGO ANTIQUA).

Il lavoro del ricostruttore storico, è risaputo, si scontra quotidianamente con la chimera di una “perfezione totale”, oggettivamente irraggiungibile, e la necessità di un compromesso sulla storicità delle repliche presentate: si tratta pertanto di un costante work in progress, ovvero di un processo di avvicinamento alla materialità del passato, condizionato tuttavia dalla disponibilità di materie prime adeguate e di strutture produttive idonee a ripercorrere i passi degli antichi artefici, ponendo il piede sulle medesime orme.

Tornando alla ceramica e limitandoci alle repliche bassomedievali, il principale limite alla loro perfetta ricostruzione è dato dalla difficoltà di reperimento di materie prime adeguate.

E’ risaputo che ogni ceramica rivestita subiva almeno due processi di cottura: il primo a corpo “nudo” e il secondo finalizzato a fondere la materia di rivestimento. La seconda cottura lasciava tuttavia scoperte alcune zone del biscotto, specie sotto il piede, a testimoniare la natura delle argille impiegate nella foggia. Nonostante i processi di depurazione cui venivano sottoposte, queste argille conservavano spesso degli inclusi e avevano colorazioni e caratteristiche specifiche a seconda degli ateliers d’origine.

Piede di panata orvietana o viterbese in maiolica arcaica (seconda metà XIV secolo; cfr Sconci 2011, p.74, n.88) a confronto con una replica moderna di maiolica arcaica (coll. IMAGO ANTIQUA).

Piede di panata orvietana o viterbese in maiolica arcaica (seconda metà XIV secolo; cfr Sconci 2011, p.74, n.88) a confronto con una replica moderna di maiolica arcaica (coll. IMAGO ANTIQUA).

La riproduzione perfetta di un manufatto ceramico, pertanto, richiederebbe il recupero delle stesse argille usate in passato per ogni specifica tipologia e fabbrica, oltre a una loro complessa depurazione con le stesse tecniche antiche: processo forse non impossibile, ma certamente assai costoso e poco giustificabile sul piano commerciale. Le argille moderne, d’altro canto, si mostrano in genere assai più raffinate rispetto alle controparti antiche, segnando già in questo dettaglio un elemento di discontinuità (vedi foto dei piedi a confronto).

In seconda battuta, la resa estetica degli smalti e delle vetrine moderne tende a discostarsi dai prototipi per una maggiore “pulizia” e perfezione dell’insieme, mentre quelli antichi manifestano spesso bollosità, cavillature e disomogenei addensamenti, con un aspetto decisamente più irregolare.

Piccolo boccale a guisa di panata, Orvieto o Viterbo, fine XV secolo (coll. privata).

Piccolo boccale a guisa di panata, Orvieto o Viterbo, fine XV secolo (coll. privata).

Piccolo boccale a guisa di panata, Orvieto o Viterbo, fine XV secolo (coll. privata).

Visione di dettaglio sulle imperfezioni superficiali.

In questo senso, anche le condizioni di cottura in fornaci più primitive rispetto ai forni elettrici contemporanei, con una imperfetta distribuzione termica e pezzi accatastati in ogni ordine (e con volumi produttivi ben distanti da quelli delle repliche moderne), contribuiva a questa resa meno impeccabile delle coperture; dettaglio anch’esso dirimente nella distinzione tra una replica ed un manufatto originale.

Dettaglio dello smalto di un boccale di Motelupo Fiorentino (Berti 1997, gruppo 10.1, 1430-60; coll. privata).

Dettaglio dello smalto di un boccale di Motelupo Fiorentino (Berti 1997, gruppo 10.1, 1430-60; coll. privata).

Dettaglio di ciotola dall'ospedale di S. Maria della Scala (1436), dove si evidenziano le cavillature dello smalto e le sue bollosità (coll. privata).

Dettaglio di ciotola dall’Ospedale di S. Maria della Scala (1436), dove si evidenziano le cavillature dello smalto e le sue bollosità (coll. privata).

Se questi fattori rappresentano un limite difficilmente sormontabile, sul piano delle forme e dei colori la mano degli artefici moderni può invece reggere il passo delle produzioni antiche ed è su di essi, a mio avviso, che il ricostruttore dovrebbe oggi concentrarsi.
La correttezza delle forme e delle cromie, infatti, può senz’altro bilanciare le mancanze e rendere il compromesso pienamente accettabile, anche nell’ottica di una didattica di tipo museale.

Boccale del tardo XV sec, famiglia gotico floreale, con ornato faentino “a penna di pavone”, conservato presso il Museo della Città di Rimini (Collezione Cucci); a destra la sua replica (coll. IMAGO ANTIQUA).

Boccale del tardo XV sec, famiglia gotico floreale, con ornato faentino “a penna di pavone”, Museo della Città di Rimini (coll. Cucci); a destra la sua replica (coll. IMAGO ANTIQUA).


Di seguito un video-intervento di approfondimento relativo alla maiolica italiana nel Quattrocento, tratto da un workshop organizzato da IMAGO ANTIQUA nel 2016:


Bibliografia:

– BERTI F. 1997, Storia della ceramica di Montelupo: uomini e fornaci in un centro di produzione dal XIV al XVIII secolo, vol. I, Montelupo Fiorentino.

– GARDELLI G. 1984, 5 secoli di maiolica a Rimini. Dal ‘200 al ‘600, Ferrara.

– LUSUARDI SIENA S. 1994, Ad mensam. Manufatti d’uso da contesti archeologici fra tarda antichità e medioevo, Udine.

– SCONCI M. S. 2011 (a cura di), Museo dell’Opera del Duomo di Orvieto: Ceramiche, Prato.

Articolo di MARCO VIGNOLA
Pubblicato il 18.11.2020; tutti i diritti riservati.
* * * * *

Un’interessante lettera indirizzata al Missaglia da una non specificata autorità (con ogni probabilità Bona di Savoia o Cicco Simonetta), reca una data scritta a matita, “1478”, ma segue purtroppo il destino degli altri documenti costituenti l’unità “Autografi 231” dell’Archivio di Stato di Milano: ovvero, il distacco dal suo registro di appartenenza.

I fatti descritti, tuttavia, sono chiaramente allusivi ad un episodio bellico di un certo rilievo accaduto proprio in quell’anno, quando il 13 agosto le armate milanesi, condotte tra gli altri dal Conte Borella, vennero a battaglia nei dintorni di Busalla con i Genovesi capitanati da Roberto da Sanseverino. Lo scontro si risolse con una disfatta milanese, le cui tracce appaiono bene impresse nella lettera seguente. Oltre che nel morale, infatti, gli uomini d’arme milanesi si trovarono spogliati di una frazione o di tutto il loro equipaggiamento, a ragione del quale venne interpellato il Missaglia. A lui, infatti, si ordinava di rimpiazzare completamente le armature di coloro che le avessero perse e d’integrare quelle lacunose con le parti mancanti. Tutto il necessario avrebbe dovuto essere tratto dall’arsenale di Pavia (dove sappiamo che all’epoca di Galeazzo Maria Sforza erano custoditi armature sufficienti per coprire 500 uomini d’arme) oppure fornito con “ex novo”, qualora la munizione ne fosse stata sprovvista.

Armatura di Roberto da Sanserverino, Conte di Caiazzo (1485 c.), Kunsthistorisches Museum di Vienna.

Armatura di Roberto da Sanseverino (1485 c.), Kunsthistorisches Museum di Vienna.

Oltre alla conferma del ruolo centrale del Ducato nella distribuzione di armature ai soldati militanti sotto la sua bandiera, questa breve lettera regala alcuni spunti interessanti sulla genesi degli insiemi compositi. Non è cosa nuova, infatti, che tutte le armature milanesi giunte sino a noi, ad eccezione della “Galeazzo d’Arco” interamente d’officina Missaglia, siano marchiate con i “signa” riferibili a più botteghe. Molti di questi insiemi sono tuttavia il frutto di ricomposizioni moderne di elementi sparsi, compatibili per epoca e stile (si vedano per esempio quelle “delle Grazie” al Museo Diocesano di Mantova): altri, come la “Federico il Vittorioso” di Vienna, sono invece l’esito di un assemblaggio realizzato ancora in fase d’uso per specifici scopi torneari.

Marchi sulle scarselle dell'armatura attribuita a Roberto da Sanseverino (1485 c.)

Marchi sulle scarselle dell’armatura attribuita a Roberto da Sanseverino (1485 c.)

Il nostro documento, a ben guardare, dimostra come la genesi di un’armatura composita potesse derivare anche da episodi traumatici, come la perdita di qualche parte o il danneggiamento in battaglia. Le armature milanesi, nelle loro semplici ma elegantissime geometrie apprezzate in tutta Europa, erano agli occhi dei contemporanei prima di tutto dei preziosi “strumenti del mestiere”, che dovevano assolvere alla principale funzione di tutelare il combattente. Le loro forme levigate, prive in genere di specifiche ornamentazioni, potevano all’occorrenza favorire la sostituzione di singole componenti senza che l’armonia dell’insieme, almeno alla distanza, venisse meno.

L’esistenza di grandi quantitativi di protezioni in piastra negli arsenali, ai quali si poteva attingere per ogni evenienza, lascia supporre che la composizione di un’armatura con parti non concepite “ab origine” come insieme organico e realizzato su misura, fosse una prassi molto consueta.

Replica dell'insieme composito conservato presso il Museo Diocesano "F. Gonzaga" di Mantova, catalogato da L. G. Boccia con la sigla B3 (proprietà Andrea Carloni, IMAGO ANTIQUA).

Replica dell’insieme composito B3 di S. Maria delle Grazie (1480 c.), conservato presso il Museo Diocesano “F. Gonzaga” di Mantova (proprietà A. Carloni, IMAGO ANTIQUA).

La ricomposizione moderna di un’armatura con elementi antichi, eterogenei e compatibili, come per Santa Maria delle Grazie a Curtatone, sarebbe dunque un’operazione legittimata dalle antiche esigenze operative di creare nuovi insiemi con parti di diverse forniture e forse anche di differente bottega. Quante armature composite e quante omogenee fossero presenti sui campi di battaglia è oggi difficile (o forse impossibile) da stabilire, ma è tuttavia sicuro che ambedue le soluzioni abbiano convissuto.

In questo senso, si comprenderebbe meglio la prassi milanese di ripetere la marchiature su ogni singola parte della panoplia difensiva, come la “Galeazzo d’Arco” compiutamente dimostra: in tal modo, anche in caso di sostituzioni, la paternità di ogni elemento sarebbe stata dichiarata senza fraintendimenti.

Replica insieme B3 di S. Maria delle Grazie: spallaccio destro

Replica insieme B3 di S. Maria delle Grazie (1480 c.): spallaccio destro.


A.S.M. Autografi 231.

Antonio Misalie

Dilecte noster. Per remettere le nostre gentedarme che sonno stati spoliati in zenoese, havemo ordinato darli de le armature de la nostra munitione, videlicet armature integre ad quilli ne sonno spoliati in tutto, ed a quilli ne mancha qualche pezo [1] remetterli quella parte gli mancasse. Pertanto volemo che circa questo exequischi quanto per suoi buletini ti commetterano el conte Borella et d. Michele de Batalia, così in dare de le armature integre, como in far conzare quilli pezi gli mancasseno, toliendo ogni cosa dela nostra munitione, excepto quando li pezi che mancarano non fusseno nela nostra munitione daragli de li tuoi et metteragli al nostro cuncto, et nuy te li pagaremo segondo li precii consueti.

[1] Segue lettera depennata.

Replica insieme B3 di S. Maria delle Grazie: bracciali con cubitiera armata.

Replica insieme B3 di S. Maria delle Grazie (1480 c.): bracciali con cubitiera armata.

Bibliografia sintetica:

– BOCCIA L.G. 1982, Le armature di S. Maria delle Grazie di Curtatone presso Mantova e l’armatura lombarda del 400, Busto Arsizio.

– MUSSO R. 2001, “El stato nostro de Zenoa”. Aspetti istituzionali della prima dominazione sforzesca su Genova (1464-1478), “Serta Antiqua et Mediaevalia”, V, Società e istituzioni del medioevo ligure, Roma, pp. 199-236.

– SCALINI M. 1996, L’Armeria Trapp di Castel Coira, vol. II, Udine.

– VIGNOLA M. 2017, Armature e armorari nella Milano medievale, Alessandria.

Articolo di MARCO VIGNOLA
Pubblicato il 02.03.2020; tutti i diritti riservati.
* * * * *

In una delle ricerche d’archivio condotte anni or sono, rimasi affascinato da un breve documento del 2 aprile 1476 che, sebbene in poche righe, descriveva perfettamente il rapporto “difficile” delle società passate con il rischio di una pandemia.

Il trauma della grande peste del 1347-49, a oltre un secolo di distanza, era tutt’altro che sopito e la vigilanza contro l’episodico ripetersi di focolai d’infezione era sempre altissima. Nonostante una totale ignoranza degli agenti patogeni responsabili del contagio, il concetto di trasmissione da uomo ad uomo era chiarissimo e in mancanza di ogni terapia efficace si ricorreva all’unica forma di profilassi ancora oggi adottata: la quarantena e la limitazione degli spostamenti dalle aree di contagio.

Una volta identificate le zone dei principali focolai, l’ufficio di sanità imponeva un bando su ogni spostamento dalle aree a rischio, valido per chiunque, senza la minima distinzione di ceto. Tale bando, una volta diramato, veniva “gridato” pubblicamente dal cintraco (il pubblico banditore) nei luoghi a ciò deputati e costui doveva infine confermarne la lettura, come si evince dall’ultima parte del documento.
Più nel dettaglio, le aree dalle quali venivano interdetti gli spostamenti erano quelle di Diano e di Albenga e le pene minacciate per i contravventori ricadevano non solo sugli autori dell’infrazione, ma anche su coloro che li avessero ospitati; osti, tavernieri o comuni cittadini.

La gravità della sanzione, ovvero la pena capitale, dimostra quanto seriamente venisse presa la questione e quale livello di attenzione si imponesse alla cittadinanza intera. I diffusori di un contagio da aree infette, dopo la proclamazione di un divieto, erano in tutto e per tutto assimilati ai rei di omicidio.

Clicca per ingrandire

*** Clicca per ingrandire ***


Archivio di Stato di Genova, A. S. 3507 (Diversorum Comunis Ianue)

Pro officio sanitatis Ianue.
+MCCCCLXXVI die IIa aprilis.
Preconate vos preco comunis et cetera
parte magnifici ac illustris domini ducalis,
ianuensis vicegubernatoris, et spectanti1 officii
sanitatis comunis2 Ianue. Che non sia alcuna
persona de che grado, stato o
condictione se sia chi ossa ne
prexuma andare per ritornare a
lochi infrascripti contaminati
de peste, ne etiam da quelli
venire, socto pena de la vita
et3 ogni altra pena peccuniaria,
in arbitrio del dicto officio. Li qualli
lochi infecti s(on)o questi:
la ripa de Diano
et tute le ville de Albenga.
Item se comanda a tu li hostorani,
tabernari et altre persone
che ne prexumen4 socto la predicta
pena receptarli.
[S.T.] Nicolaus de Credentia, cancellarius.
Die IIIa aprilis
Nicolaus Rasperius, cintracus comunis5, retulit
hodie6 proclamasse in omnibus ut supra in locis
publicis et consuetis.

 

1 così nel testo
2comunis” aggiunto in sopralinea
3 segno abbreviativo sopra “et” frutto di errore dello scrivente
4 così nel testo
5comunis” aggiunto in sopralinea
6hodie” aggiunto prima della linea

Powered by Connessioni Aperte