Francesco Missaglia dei Negroni da Ello, figlio del noto Tommaso e fratello dell’altrettanto celebre Antonio, malato ormai da tempo, il 24 agosto 1469 dettò al notaio Iacobino de Brena il proprio testamento, giunto a noi in una copia autentica probabilmente seicentesca.
Uomo di provata fede (come testimoniato dai numerosi legati “pro anima” destinati a opere religiose e in particolare a una costruenda cappella di famiglia in Santa Maria in Beltrade), tra i vari passaggi delle sue ultime volontà egli destinò un paio di capi in tessuti preziosi alla realizzazione di due palli liturgici. Tale pratica, già ben nota agli addetti ai lavori, trova precisi riscontri nella sartoria di numerosi paramenti giunti fino ai nostri giorni, ma le precise descrizioni del testamento in oggetto risultano comunque piuttosto interessanti.
CONSULTA ONLINE gli scatti di Andrea Carloni dedicati alla mostra “Fili d’oro e dipinti di seta. Velluti e ricami tra Gotico e Rinascimento” (2019, Castello del Buonconsiglio, Trento)
In entrambi i casi Francesco donava unagiornea (iornea) perché venisse riadattata a pallio (pallium). La prima veniva descritta come “ducali ab arco” con divise araldiche ad essa applicate (cum divisiis super ea exitentibus). Poco chiaro mi risulta il senso di “ab arco” in tale contesto, ma non si può escludere un errore di trascrizione da parte del copista, per quanto sembri confermata la sua natura di veste araldica con qualche impresa ducale applicata.
Era questo certamente il caso della seconda giornea destinata a Santa Maria in Beltrade, per la quale si parla chiaramente di un donativo dello stesso duca di Milano e di armi ducali ed un cimiero ivi ricamato, verosimilmente corrispondente all’impresa ducale del cimiero col drago crestato impresso su molte monete sforzesche.
Cimiero su Testone di Galeazzo Maria Sforza
La vicinanza della famiglia Missaglia alla casa ducale, d’altro canto, risulta pienamente conclamata già dai tempi dell’amicizia diretta e personale di Tommaso Missaglia col duca Francesco Sforza; contiguità poi mantenuta dal figlio Antonio fino alla sua morte. Per quanto figura certamente meno nota nell’alveo della dinastia, ancheFrancesco era parte integrante dell’atelier Missaglia, condividendo la residenza con Antonio e rappresentando la bottega paterna alla corte di Francia, presso la quale nel 1468 si recò di persona per consegnare al re l’armatura commissionata, ricevendone in omaggio 12 tazze d’argento citate nello stesso inventario.
La presenza di una giornea araldica donata dal duca tra i beni testamentari, pertanto, potrebbe riferirsi proprio a questo viaggio in terra francese, ove poco prima di morire Francesco ebbe il compito di rappresentare non soltanto l’eccellenza della bottega di famiglia, ma più in generale quella di Milano e del suo duca.
La pagina iniziale del testamento originale, parzialmente trascritto dal nostro paleografo e membro Marco Vignola
Trascrizione delle parti relative alle due giornee:
“Item volo, statuo et ordino ac iubeo et mando quod infrascripti heredes mei teneant et debeant fieri facere paleum unum de mea iornea ducali ab arco cum divisiis super ea exixtentibus et ipsum paleum facere forniri et sic factum teneantur tradere, dimittere et relaxare capellae dominae Sanctae Mariae de S. Celso Mediolani…”.
Alla cappella construenda in Santa Maria in Beltrade egli dona “iorneam meam recamatam cum cimerio mihi largitam per illustrissimum principem dominum meum ducem Mediolani, et de qua iornea fiat per dominos infrascriptos heredes meos unum paleum ad altare ipsius capellae, cum ipso cimerio et aliis armis super ea exixtentibus…”
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SUGGERIMENTI DI APPROFONDIMENTO
Per una panoramica generale sulle fonti edite relative alla famiglia Missaglia, si veda: Ceccarelli D. 2007, I Missaglia: armaioli del secolo XV, in “Clio. Rivista trimestrale di studi storici”.
In tema di utilizzo dei tessuti serici come abbellimenti di vesti liturgiche, segnaliamo l’interessante mostra Tesori di seta. Capolavori tessili dalla donazione Falletti, che si terrà presso il Museo del Tessuto di Prato fino al 3 maggio 2026.
È con grande piacere che annunciamo la partecipazione di IMAGO ANTIQUA all’evento Sarzana Senza Tempo, in programma Sabato 4 e Domenica 5 Ottobre 2025 presso la suggestiva cornice della Fortezza Firmafede di Sarzana. All’interno dei portici della cittadella, la nostra associazione proporrà un mercato storico-didattico ambientato nel tardo Quattrocento.
Sarzana Senza Tempo rievoca uno degli episodi più significativi della storia locale: la Guerra di Serrezzana del 1487, conflitto che vide contrapporsi la Repubblica di Genova e la Signoria di Firenze. La Fortezza Firmafede, distrutta e poi ricostruita da Lorenzo de’ Medici, diventerà per l’occasione teatro di rievocazioni, combattimenti in armatura, musica, esibizioni di falconeria, cortei storici e un ampio mercato rinascimentale.
Fortezza Firmafede a Sarzana (fonte: Wikipedia)
IMAGO ANTIQUA sarà presente con tre banchi artigianali, ciascuno dedicato ad una professione accuratamente ricostruita secondo fonti documentarie e iconografiche del XV secolo:
Coltellinaio – rassegna di coltelli di varia tipologia corredati da foderi in corame;
Merciaio – assortimento di oggetti d’uso domestico, gioielli e preziosi, accessori d’abbigliamento, astucci e custodie, oltre ad un completo corredo per l’accensione del fuoco e l’illuminazione;
Stringara – dimostrazione dal vivo della fabbricazione di lacci per abiti maschili e femminili, eseguita con tecniche filologicamente attestate.
I visitatori potranno dialogare con i ricostruttori in abito storico, toccare con mano gli oggetti esposti e osservare da vicino le tecniche di manifattura, in un percorso che unisce rigore documentario e valore esperienziale.
Rivolgiamo un invito cordiale ad appassionati di storia, famiglie, studiosi e semplici curiosi: visitate i nostri banchi nelle giornate dell’evento e lasciatevi guidare in un viaggio emozionante attraverso la cultura materiale del tardo Medioevo, riscoprendo oggetti, gesti e curiosità del nostro ricco passato!
Lunedì 2 Giugno 2025 nei pressi della “Casa del Gufo”, all’interno del borgo medievale di Gradara (PU), si è tenuto un evento culturale organizzato dalla Pro Loco locale, in collaborazione con diverse associazioni specializzate nel tardo XV secolo italiano.
Un viaggio educativo e coinvolgente tra saperi, arti e vita quotidiana.
IMAGO ANTIQUA vi ha preso parte con il proprio mercato storico-didattico, proponendo i banchi del tintore, del merciaio e della stringara.
Locandina dell’evento – clicca per ingrandire
SOTTO: altre immagini su FLICKR (scorrile usando le frecce laterali)
Per inserire il nostro mercato nel tuo evento storico, scrivici una email info@imagoantiqua.it
Uno degli interrogativi più “spinosi” relativi alle difese delle fanterie italiane nel pieno Quattrocento è sempre stato l’impiego o meno dei petti da fante cosiddetti “alla tedesca”.
Se la loro produzione negli ateliers peninsulari è assolutamente “certificata” dalla munizione conservata a Castel Coira (marchiata con segni bresciani non equivoci), a livello iconografico tali protezioni non sembrano presentarsi almeno fino agli anni ‘90 del secolo, quando Vittore Carpaccio li ritrae nelle sue Storie di Sant’Orsola. L’impiego dei petti “globoidi” tipici del secondo Trecento (ben testimoniati, per esempio, dall’altare argenteo di San Jacopo a Pistoia) sembra infatti interrompersi, mentre incontestabile risultava il favore del quale godevano le “brigantine”.
VITTORE CARPACCIO, “Storie di S. Orsola”, episodio “Arrivo dei pellegrini a Colonia” (1490, Gallerie dell’Accademia, Venezia – Wikimedia
Il testo di un piccolo quaterneto milanese, condizionato nella busta miscellanea “Autografi, 227” dell’Archivio di Stato di Milano e recentemente trascritto integralmente in un mio contributo reperibile su Academia, può offrire tuttavia qualche spunto interessante su questo capitolo molto specifico dell’oplologia.
Compilato nel 1451, la sua stesura sembrerebbe il prodotto di una sola missione compiuta da Giovanni Orombelli, “collaterale” di Francesco Sforza, visitando le rocche sparse nei territori sud-occidentali del ducato, a guardia degli strategici passi appenninici fin verso Parma, Piacenza e quindi Milano.
Tra i molti inventari qui stilati, uno relativo alla fortezza dei San Colombano al Lambro (citato integralmente in appendice) menziona esplicitamente la presenza di ben 10 “pecti de azale novi”. Ferme restando tutte le possibili incertezze lessicali che potrebbero inficiare la corretta lettura degli antichi inventari, il termine “pecto de azale” (= petto di acciaio) lascia ben poco spazio a dubbi, così come l’aggettivo “novi”, logicamente indicante prodotti “nuovi”.
Trattandosi di pezzi di fresca manifattura, inoltre, possiamo con buona certezza escludere che si trattasse di elementi residuali, come per esempio il “pectum ferreum” citato nella periferica rocca di Ranzo, in provincia di Imperia, molto probabilmente un esemplare ormai vetusto della più vecchia tipologia globoide (1424; Archivio di Stato di Genova, Antico Comune 338, c. XXVII v.).
Possiamo dunque asserire con qualche certezza che intorno alla metà del XV secolo almeno una fortificazione in suolo italiano vantasse una munizione abbastanza numerosa di petti da fante, molto probabilmente di fabbrica milanese, dato che le turbolenze belliche antecedenti la Pace di Lodi certamente non favorivano l’importazione di materiali strategici come le armi.
Petto da fante di produzione milanese, marchiato e databile tra 1465 e 1475; proviene dall’Armeria del Conte Trapp a Castel Coira ed è attualmente conservato presso le Royal Armouries di Leeds (inv. III.1282) – www.royalarmouries.org
A livello storico ricostruttivo, è in ogni caso utile ricordare la fortissima prevalenza di armamenti corazzati tanto negli inventari quanto nell’iconografia, sconsigliando dunque indebite generalizzazioni in merito ai petti da fante. E’ tuttavia probabile che a difesa dei parapetti di alcune fortificazioni queste difese venissero salutate con favore, in quanto più comode delle brigantine e tutto sommato equivalenti a livello protettivo, visto che i difensori in questo casonon dovevano presentare la schiena agli assalitori, a differenza delle fanterie campali molto più mobili ed esposte anche sulle terga.
Archivio di Stato di Milano, Autografi, 227, c. 2v.
Sanctocolumbano
In esso castello de Sanctocolumbano gli sono le infrascripte a presso de magistro Ioseph ibidem castellano et cetera: prima balestre IIII° a bancho cum banchi II item balestre IIII° a molinelo senza molineli item Iᵃ altra balestra a molinelo rota item balestre VIII a cirela et a manete sine crochi et cireli et Iᵃ stambuchina, quale sono inutille item coraz(e) VII coperte cum suoy speraroli item coraz(e) V [1] scoperte sine speraroli item pecti X de azale novi item tarchoni VIIII° et sgiopeti VIIII° item sgiopeti II roti item spingarda Iᵃ de metalo item Iᵃ altra de ferro cum suo cepo item libre CCL de piombo cum certe balote item bombardele V pizole da mano item capse XIIII° de veretoni a bancho et a busola item barili VI½ de polvere a bombarda item barile I a schiopeti item Iᵃ corda grossa e longa item lumerii II et due lucerne item stopini XXV et palli II de ferro item cadene II a ponte levatorio cum certis fornimentis item gavete XIIII° de fillo a balestre item stari LXXVII furmenti item campana una Iᵃ et I° curlo [2] item lectere X tra grande e pizole item banche IIII° grande e pizole item archoni II° et discho uno item modii V farine item vaseli VIII a vino de brente XLIII et pleni item capsono I° a farina et Iᵃ buratora item molandino I fornito da macinare item vaseli X de brente C in li quali sono brente LX vini albi et vermili item vaseli a vino quali sono del magnifico mesere Cicho.
[1] “segue “s” e altra lettera abbozzata depennate
Per celebrare il 25° anniversario dalla sua prima edizione, l’evento di rievocazione storica “Trecentesca” si trasforma quest’anno in “Morimondo nella storia”, dando vita a una grande rievocazione multiepoca. Un affascinante viaggio nel tempo che porterà i visitatori dalla Roma antica al Medioevo, dal Rinascimento al Barocco, fino all’età napoleonica.
L’evento si svilupperà su circa 5.000 mq di spazio e coinvolgerà centinaia di rievocatori provenienti da tutta Italia. Grazie all’archeologia sperimentale e a una divulgazione storica precisa e coinvolgente, i visitatori potranno immergersi in un’esperienza di Living History unica, entrando in contatto diretto con ambienti e situazioni storiche ricostruite nei minimi dettagli.
Immagine tratta dal sito del FAI (www.fondoambiente.it)
Lungo il percorso saranno allestite aree ristoro, mercatini e banchi dei commercianti, mentre animazioni e intrattenimenti arricchiranno l’esperienza per tutta la famiglia. Non mancheranno inoltre laboratori didattici esperienziali che si concentreranno sull’età medievale e sul mondo monastico, trattando temi come l’erboristeria, la miniatura, la calligrafia, l’affresco e la musica.
L’evento è organizzato dalla Fondazione Abbatia Sancte Marie de Morimundo, dal Comune di Morimondo, dall’Associazione Italiana Siti e Abbazie Cistercensi (AISAC) e dall’Associazione Culturale Compagnia di Porta Giovia, con il patrocinio dell’Ente Parco Lombardo della Valle del Ticino e la collaborazione della Pro Loco e della Parrocchia di Morimondo.
L’Ass. Cult. IMAGO ANTIQUA (www.imagoantiqua.it) prenderà parte a questo imperdibile evento con il proprio mercato storico-didattico, comprendente attività mercantili e artigianali del tardo Quattrocento italiano.
I nostri ricostruttori, in modo istruttivo e coinvolgente, vi condurranno alla scoperta dei mestieri di tintore, sarta, stringara (fabbricante di lacci), coltellinaio e merciaio, con la possibilità di visionare repliche di qualità museale e reperti originali.
Immagine tratta dal sito www.ilpiedeverde.it
Scorri le immagini del mercato proposto da IMAGO ANTIQUA (Gallery Flickr)
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Per leggere e scaricare il programma completo: CLICCA QUI
Per altre informazioni: Fondazione Abbatia Sancte Marie de Morimundo – Segreteria 02 94961919; fondazione@abbaziamorimondo.it da mercoledì a lunedì ore 8:30 – 12:30 e 14:30 – 16:30 (martedì uffici chiusi)
Il 18 dicembre 1476 Agostino Spinola eseguì l’ispezione di una nave appartenente a Nicola “de Nigrono” e capitanata da un certo Alaono, onde verificarne l’adeguato equipaggiamento. Come infatti già attestato dal trecentesco “Liber Gazarie”, era prassi nella Genova tardo-medievale che ai patroni delle navi s’imponesse un standard minimo di armamento, per dissuadere da eventuali atti di pirateria e garantire la sicurezza di uomini e merci.
I verbali superstiti di queste monstre ci schiudono pertanto un mondo variegato di equipaggi, armi e attrezzature, consegnando dei momenti “congelati nel tempo” e svelando dettagli estremamente interessanti sulla vita marittima. In prima battuta, tra le figure specializzate che vediamo imbarcate, oltre all’immancabile scriba, compaiono una serie di professionisti destinati alla manutenzione della nave (un calafato, un maestro d’ascia e un tornitore), oltre a un bottaio e a un “balestrarius”: termine probabilmente impiegato per designare non un comune balestriere, ma una figura deputata alla manutenzione delle balestre, visto che sulla nave ne risultavano imbarcate 40 tra quelle a tornio e a girella.
Tre erano invece i bombardieri addetti alla gestione di 21 bocche da fuoco (numero decisamente elevato, data l’epoca) e probabilmente del tipo “a mascolo”, visto che a loro erano destinati ben 69 “canoni” [1], con una media di oltre tre per ciascuna bocca. Fatto interessante, due di questi bombardieri, Robertus de Anglia e Giraldus de Alamania, palesavano nel loro stesso nome una provenienza estera molto esplicita, a segnalare la forte mobilità di queste figure professionali.
Bombarda del 1450 c. e bombardella del 1410 c. conservate presso il Musée de l’Armèe – Les Invalides, Parigi; foto Andrea Carloni (2006)
In tutto si contavano 78 uomini stipendiati, suddivisi in 22 specialisti, 23 marinai generici, 29 famuli e 4 “scannagalli” (termine quest’ultimo che in antico designava i mozzi), oltre a 10 imbarcati senza paga; probabilmente semplici passeggeri.
La dotazione di armamenti individuali, comunque, includeva 40 coiracie (ovvero, brigantine) e 46 celate, oltre a cinque dozzine di “lance lunghe” (evidentemente picche), a due dozzine di partigiane, 5 dardi e 12 “targhette”; munizione sufficiente a proteggere poco più della metà dell’equipaggio e ad armarne la totalità, rendendo la nave capitanata da Alaono una sorta di “fortezza galleggiante”.
Non risulta ben chiaro il senso delle “falde” e il concetto di “nave infaldata”, ma forse qui il termine potrebbe designare delle protezioni mobili da impiegarsi contro le armi da lancio, visto che l’utilizzo bellico sarebbe confortato dalla loro inserzione tra gli armamenta. Altrettanto poco chiare sono le thore da ponte (tavole da ponte), pure incluse tra gli armamenti e forse impiegate per abbordare eventuali navi avversarie.
Sebbene non strettamente legato all’arsenale di bordo, si è scelto di trascrivere in appendice anche l’elenco del sartiame, il quale indirettamente ci descrive una forma a più alberi, con vela maestra, mezzana e trinchetto, forse identificabile come una caracca: ovvero, un grande nave da carico che poteva essere fortemente armata, già impiegata dai Genovesi nel Quattrocento in commerci a lunga distanza.
Parte del documento originale oggetto del presente articolo
Archivio di Stato di Genova, Antico Comune, Diversorum 3057.
Dotazione di bordo:
Armamenta: bombarde viginti unam sive pec(ii) [2] XXI con canonis LXVIIII pulveris baril(e) VII grosse plene balistri de turno et zurela i(n) s(umma) [3]XXXX, zurele viginti et torni quatuor veretonorum de zirela et turno capsias viginti cracie quadraginta sex celate quadraginta fade pecii XII et ultra tota nave infaldata tarchete pecii duodecim, sive X[…] lamse longe duodene quinque, sive partexane duodene duoi, sive dardara a numero V thore da ponte pecii septuaginta.
Sartia: agumene octo nove agumene quatuor de brachiis XVI in plus agumene VIII basse proeiexi, caveti et alia filia ad sufi[…] anchore sex grosse et una pa Magistra una con boneta nova et aliis duabus bonetis Mezana et trincheto novo contra mezana, velum gabie ciu[…] et multe alie vele similes.
[1] Il lemma qui indicava quasi certamente una camera da scoppio amovibile. [2] Scioglimento incerto [3] Scioglimento incerto
Sabato 27 e Domenica 28 Luglio l’Ass. Cult. IMAGO ANTIQUA, dalle 10:30 in poi, sarà presente nell’antica “Terra della Libertà” (RSM) con le proprie attività storico-didattiche, in occasione della 27° edizione delle Giornate Medioevali.
Dopo la pausa del 2023 torniamo a supportare gli amici de La Corte di Olnano e La Compagnia dell’Istrice, che ringraziamo sentitamente, nel riportare in vita gli ambienti della Prima Torre (Guaita), collocata in pieno centro storico.
Accompagneremo i visitatori in una nuova e coinvolgente “scorribanda” nel tardo Quattrocento italiano, presentando i banchi artigianali del coramaio (artigiano del cuoio) e della stringara (fabbricante di lacci per abbigliamento); in aggiunta potrete scoprire il corredo bellico e venatorio del balestriere.
Come di consueto nei nostri eventi, impiegheremo repliche museali di oggetti e strumenti della dimensione quotidiana della seconda metà del XV secolo, con l’opportunità di visionare anche alcuni reperti originali.
PROGRAMMA COMPLETO – Clicca per ingrandire
Mappa del Centro Storico di San Marino: CLICCA QUI
Gli scatti ritraenti il nostro allestimento sono visionabili su FLICKR
La consuetudine di sospendere alla cintura piccoli coltelli racchiusi in foderi di pelle, solitamente stampigliati o incisi,risulta ampiamente attestata in tutta l’iconografia bassomedievale e ben oltre i limiti del XV secolo. Le dimensioni delle loro lame non sono in genere condizione sufficiente per ascriverli alla categoria delle “armi”, ma piuttosto tra gli utensili di uso comune. Si trattava, in estrema sintesi, di oggetti dalla funzione squisitamente pratica e civile, sottolineata da un tagliente in genere troppo ridotto per un impiego in campo bellico.
GIACOMINO DA IVREA, ciclo affrescato nel 1441; Cappella di S. Michele (Verrayes, fraz. Marseiller, AO) – copyright A. Carloni (2021)
ANDREA DELITIO, “Fuga in Egitto” (dett.), 1470-1480c; Coro dei Canonici c/o Cattedrale di S. Maria Assunta (Atri, TE) – copyright A. Carloni (2013)
Approcciandosi ad una descrizione tipologica delle lame di coltello, come succede per molti attrezzi di impiego quotidiano, bisogna tuttavia premettere il forte conservatorismo delle forme funzionali, che si possono mantenere quasi intatte per secoli e secoli, complicando o vanificando qualsiasi sforzo d’inquadramento troppo stretto. A livello descrittivo, tuttavia, è comunque possibile individuare almeno tre grandi “famiglie”, tutte attestabili nel nostro periodo di riferimento, sebbene con diverso profilo di rarità: serramanico, a codolo stretto, a codolo largo.
Lama di coltello a serramanico rinvenuta presso gli scavi del Castello di Attimis (UD), XIV secolo
La prima di queste era caratterizzata da una lama (solitamente di dimensioni contenute) terminante in una linguetta collocata vicino al perno ove ruotava dentro al manico, a sua volta realizzato in materiale organico o talvolta in metallo. Tale linguetta, secondo un un impiego ancora attuale nei rasoi, aveva la funzione di facilitare l’estrazione del tagliente e mantenerlo in posizione, senza l’ausilio di molle o meccanismi d’arresto. Ritrovamenti di coltelli a serramanico di ogni genere sono relativamente sporadici in contesti bassomedievali, in rapporto a quelli a lama fissa. Su un campione di ben 310 reperti individuati in scavi londinesi, per esempio, solo due sono a serramanico; situazione analoga a Rougiers, nel sud della Francia, dove questa tipologia risultava minoritaria. Restando in ambito italiano, alcuni esemplari figurano in repertori friulani (come Attimis e il Castello della Motta) e in altri contesti quali Castel Pietra a Gavorrano (GR)e Tremona, nel Canton Ticino. Per quanto poco comuni, dunque, i serramanico dovevano essere sufficientemente diffusi e declinati in una rosa di forme difficilmente inquadrabili in una precisa area geografica o in un arco di tempo troppo ristretto, trattandosi d’una tipologia già documentata almeno dall’Alto Medioevo.
Coltello originale con manico in legno, tipologia “a codolo stretto”; prov. Inghilterra, 1480-1520 c. (collezione privata)
La seconda famiglia, certamente più comune della precedente, è quindi costituita dai tipi “a codolo stretto”, ove la lama terminava in un sottile prolungamento a “chiodo” inserito dentro a un manico di vario materiale e qui ribattuto. Dall’età romana tale forma risulta pressoché esclusiva in contesti nazionali insieme ai serramanico almeno fino al XIII secolo, quando ad essa cominciarono ad affiancarsi i tipi “a codolo largo”, come dimostrato in maniera non equivoca dagli scavi di Castelfranco Emilia (MO). Analogamente a moltissimi coltelli odierni, due guanciole erano qui fissate alla superficie spianata del codolo tramite una serie di ribattini passanti, col risultato di un insieme decisamente più robusto rispetto alle tipologie a codolo stretto, sempre più rare col progredire del Trecento e ormai residuali nella seconda metà del Quattrocento.
Coltello originale con manico in legno, tipologia “a codolo largo”; prov. Inghilterra, 1480-1520 c. (collezione privata)
L’uso di trattenere le guanciole del manico tramite rivetti è in ogni caso corroborato nel Duecento anche per via iconografica: nelle scene di battaglia affrescate sulle pareti del Palazzo Comunale di San Gimignano, infatti, compaiono già alcune basilarde dotate di un manico a guanciole rivettate tra il 1288 ed il 1292, segnando un prezioso termine iconografico ante quem per questa soluzione tecnica. Anche nel contesto ticinese di Tremona, manufatti di questo genere si attestano già in ambiti di XIII secolo, rafforzando l’idea di una transizione tipologica molto graduale a partire dal secondo Duecento.
Coltello originale con manico in osso, tipologia “a codolo largo”; prov. Inghilterra, 1480-1520 c. (collezione privata)
Tornando allo specifico della seconda metà del Quattrocento, i coltelli appartenenti a quest’ultima famiglia risultano decisamente i più documentati a livello iconografico ed archeologico, con una declinazione di varianti strepitosamente ampia. A livello strutturale si osservano tuttavia alcune costanti che attraversano tutto il nostro periodo di riferimento. In prima battuta, il codolo sul dorso viene quasi sempre a rastremarsi verso l’estremità del manico: espediente utile a ridurne il peso, spostando il bilanciamento della lama verso la punta. Un baricentro più avanzato, infatti, rendeva meno soggetto al ribaltamento un coltello appeso alla cintura, minimizzando (insieme a foderi conformati per accogliere la parte del manico più prossima alla lama) il rischio di smarrimento accidentale.
Un’altra caratteristica tecnica pressochè invariata nei coltelli della nostra epoca si localizza nel punto di passaggio tra guanciole e lama, il quale poteva essere lasciato franco da decorazioni oppure arricchito da elementi in lega di rame diversamente sagomati, ma comunque sempre rivettati al corpo del coltello. In taluni casi, la transizione poteva essere segnalata da una lamina metallica (quasi sempre ottone, più di rado argento) che sovente veniva interposta tra guanciole e codolo, qui semplicemente ripiegata verso l’alto a rifasciare l’estremità delle guanciole stesse.
Coltellinaio al lavoro; “Mendelschen Hausbuch”, Amb. 317.2° Folio 95 verso, Mendel I, 1476 (fonte: www.hausbuecher.nuernberg.de)
Col volgere del Quattrocento e il principio del Cinquecento, tuttavia, gli antichi coltellinai iniziarono a realizzare un ringrosso alla base del codolo, finendo per sostituire le vecchie applicazioni con un nodo (spesso modanato) forgiato in un sol pezzo nel corpo del coltello: nasceva così una forma “moderna” che nel Cinquecento avrebbe rapidamente conosciuto una vasta fortuna, soppiantando le precedenti. La varietà tipologica estrema di queste soluzioni permise una vastissima gamma di forme e decori, legati a specifiche funzioni, aree geografiche, prezzo e gusti individuali: una galassia che proveremo ad esplorare (anche solo in minima parte) nel prossimo contributo legato al mondo della coltelleria.
Il banco del coltellinaio nel mercato storico-didattico di IMAGO ANTIQUA – copyright U. Fedenco (2023)
Bibliografia sintetica
BELLI M. 2002, I reperti metallici provenienti dallo scavo di Castel di Pietra: studio preliminare dei contesti e presentazione della tipologia morfologica, inC. Citter(a cura di), Castel di Pietra (Gavorrano – GR): relazione preliminare della campagna 2001 e revisione dei dati precedenti, “Archeologia Medievale”, XXIX, Firenze, pp. 165-167.
COWGILL J. – DE NEERGAARD M. – GRIFFITHS N. 1987, Medieval finds from excavations in London: 1. Knives and scabbards, Woodbridge.
DEMIANS D’ARCHIMBAUD G. 1980, Le fouilles de Rougiers (Var). Contribution à l’archéologie de l’habitat rural médiéval en pays méditerranéens, Paris.
DU HEAUME G. 2020, The Queenhithe Collection, “Journal of the Antique Metalware Society“, 25, Suffolk.
LIBRENTI M. – ZANARINI M. 1998, Archeologia e storia di un Borgo Nuovo bolognese: Castelfranco Emilia (MO), in Archeologia in Emilia Occidentale. Ricerche e studi, a cura di S. Gelichi, Mantova, pp. 79-113.
MARTINELLI A. 2008, I reperti metallici, in Tremona Castello. Dal V millennio a.C. al XIII sec. d.C., a cura di A. Martinelli, Firenze, pp. 272-311.
PIUZZI F. 2003 (a cura di), Lo scavo del Castello della Motta (Povoletto), Firenze.
VIGNOLA M. 2003, I reperti metallici del Castello Superiore di Attimis, “Quaderni Friulani di Archeologia”, XIII, Udine, pp. 63-81.
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