Articolo di MARCO VIGNOLA
Pubblicato il 04.12.2025; tutti i diritti riservati.

Francesco Missaglia dei Negroni da Ello, figlio del noto Tommaso e fratello dell’altrettanto celebre Antonio, malato ormai da tempo, il 24 agosto 1469 dettò al notaio Iacobino de Brena il proprio testamento, giunto a noi in una copia autentica probabilmente seicentesca.

Uomo di provata fede (come testimoniato dai numerosi legati “pro anima” destinati a opere religiose e in particolare a una costruenda cappella di famiglia in Santa Maria in Beltrade), tra i vari passaggi delle sue ultime volontà egli destinò un paio di capi in tessuti preziosi alla realizzazione di due palli liturgici.
Tale pratica, già ben nota agli addetti ai lavori, trova precisi riscontri nella sartoria di numerosi paramenti giunti fino ai nostri giorni, ma le precise descrizioni del testamento in oggetto risultano comunque piuttosto interessanti.

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CONSULTA ONLINE gli scatti di Andrea Carloni dedicati alla mostra “Fili d’oro e dipinti di seta. Velluti e ricami tra Gotico e Rinascimento” (2019, Castello del Buonconsiglio, Trento)

In entrambi i casi Francesco donava una giornea (iornea) perché venisse riadattata a pallio (pallium). La prima veniva descritta come “ducali ab arco” con divise araldiche ad essa applicate (cum divisiis super ea exitentibus). Poco chiaro mi risulta il senso di “ab arco” in tale contesto, ma non si può escludere un errore di trascrizione da parte del copista, per quanto sembri confermata la sua natura di veste araldica con qualche impresa ducale applicata.

Era questo certamente il caso della seconda giornea destinata a Santa Maria in Beltrade, per la quale si parla chiaramente di un donativo dello stesso duca di Milano e di armi ducali ed un cimiero ivi ricamato, verosimilmente corrispondente all’impresa ducale del cimiero col drago crestato impresso su molte monete sforzesche.

Cimiero su Testone di Galeazzo Maria Sforza

La vicinanza della famiglia Missaglia alla casa ducale, d’altro canto, risulta pienamente conclamata già dai tempi dell’amicizia diretta e personale di Tommaso Missaglia col duca Francesco Sforza; contiguità poi mantenuta dal figlio Antonio fino alla sua morte. Per quanto figura certamente meno nota nell’alveo della dinastia, anche Francesco era parte integrante dell’atelier Missaglia, condividendo la residenza con Antonio e rappresentando la bottega paterna alla corte di Francia, presso la quale nel 1468 si recò di persona per consegnare al re l’armatura commissionata, ricevendone in omaggio 12 tazze d’argento citate nello stesso inventario.

La presenza di una giornea araldica donata dal duca tra i beni testamentari, pertanto, potrebbe riferirsi proprio a questo viaggio in terra francese, ove poco prima di morire Francesco ebbe il compito di rappresentare non soltanto l’eccellenza della bottega di famiglia, ma più in generale quella di Milano e del suo duca.

La pagina iniziale del testamento originale, parzialmente trascritto dal nostro paleografo e membro Marco Vignola

Milano, Archivio Luoghi pii elemosinieri, Araldico-Genealogico, Famiglie, 306

Trascrizione delle parti relative alle due giornee:

“Item volo, statuo et ordino ac iubeo et mando quod infrascripti heredes mei teneant et debeant fieri facere paleum unum de mea iornea ducali ab arco cum divisiis super ea exixtentibus et ipsum paleum facere forniri et sic factum teneantur tradere, dimittere et relaxare capellae dominae Sanctae Mariae de S. Celso Mediolani…”.

Alla cappella construenda in Santa Maria in Beltrade egli dona “iorneam meam recamatam cum cimerio mihi largitam per illustrissimum principem dominum meum ducem Mediolani, et de qua iornea fiat per dominos infrascriptos heredes meos unum paleum ad altare ipsius capellae, cum ipso cimerio et aliis armis super ea exixtentibus…”

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SUGGERIMENTI DI APPROFONDIMENTO

Per una panoramica generale sulle fonti edite relative alla famiglia Missaglia, si veda: Ceccarelli D. 2007, I Missaglia: armaioli del secolo XV, in “Clio. Rivista trimestrale di studi storici”.

In tema di utilizzo dei tessuti serici come abbellimenti di vesti liturgiche, segnaliamo l’interessante mostra Tesori di seta. Capolavori tessili dalla donazione Falletti, che si terrà presso il Museo del Tessuto di Prato fino al 3 maggio 2026.

Presentazione del libro

“Il guado. L’oro blu del Medioevo” di Oreste Delucca
in dialogo con Elisa Tosi Brandi

Evento in collaborazione con l’Ass. Cult. IMAGO ANTIQUA

Biblioteca Civica Gambalunga – Rimini
25 ottobre, ore 17:00

CLICCA QUI – PAGINA EVENTO

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Nel vasto panorama della storia economica e culturale europea, poche piante hanno avuto un impatto tanto profondo quanto il guado (Isatis tinctoria). Conosciuto oggi quasi esclusivamente dagli specialisti di botanica, archeologia industriale e storia della tecnologia tintoria, il guado fu per secoli una risorsa strategica, capace di generare ricchezza, plasmare paesaggi agricoli, influenzare la moda e l’arte, e persino contribuire alla costruzione dell’identità simbolica di intere civiltà. Il recente volume di Oreste Delucca, Il Guado – L’oro blu del Medioevo (Panozzo Editore, 2025), restituisce a questa pianta tintoria la centralità che merita, coniugando rigore documentario, ampiezza tematica e chiarezza espositiva.

Il guado, come Delucca dimostra, non è stato soltanto una fonte di pigmento blu: è stato il protagonista di una filiera produttiva complessa e di un’economia diffusa, capace di generare benessere, cultura materiale e memoria collettiva. Il libro si articola in sezioni che affrontano la storia del colore blu, la tecnologia tintoria medievale, la geografia economica della coltivazione, l’archeologia delle macine da guado e le implicazioni ambientali della transizione verso i coloranti sintetici. Il risultato è un’opera che si colloca al crocevia tra storia, scienza, ecologia e antropologia.

Il blu come costruzione culturale

Uno degli aspetti più originali del volume è l’analisi del significato culturale del colore blu, che solo con l’affermazione del culto mariano, a partire dal XII secolo, acquisisce dignità simbolica, diventando colore della Vergine, della regalità e della nobiltà. In questo contesto, il guado assume un ruolo centrale. Le sue foglie, sottoposte a un complesso processo di fermentazione e ossidazione, producono l’indigotina, pigmento blu intenso e resistente, utilizzato per tingere tessuti, decorare manoscritti, colorare ceramiche e dipingere affreschi. Il blu del guado diventa così il colore della luce divina, della purezza, della lealtà e della gioia, sostituendo progressivamente il rosso come colore dominante nella simbologia medievale.

L’autore del libro Oreste Delucca (a sinistra) ed Elisa Tosi Brandi (a destra)

Tecnologia tintoria e filiera produttiva

La parte centrale del volume è dedicata alla descrizione botanica e tecnologica del guado. La pianta, appartenente alla famiglia delle Brassicaceae, cresce in terreni poveri e collinari, con una resa pigmentaria dello 0,11% sul peso fresco. Il processo di estrazione del colore è articolato e richiede competenze specifiche:

Le foglie vengono raccolte nel primo anno di vita della pianta, prima che ingialliscano. Vengono macinate in mulini appositi, dotati di macine rotanti azionate da cavalli. La pasta ottenuta viene lasciata fermentare e modellata in pani sferici, detti “coccagne”. I pani vengono essiccati, poi re-fermentati e ridotti in polvere. Il pigmento, insolubile in acqua, viene solubilizzato in vasche alcaline con urina o cenere. Il bagno tintorio, una volta ossidato, permette la fissazione del blu sui tessuti.

Delucca descrive con precisione ogni fase del processo, integrando fonti archivistiche, manoscritti tecnici, testimonianze iconografiche e studi chimici. Il guado si rivela una risorsa versatile, che non richiede mordenzatura e garantisce una tintura stabile e duratura.

Oreste Delucca con alcuni tessuti e filati tinti al naturale con il guado

Geografia economica e archeologia del guado

Uno dei meriti maggiori del volume è la ricostruzione della geografia storica del guado in Europa. In Francia, il triangolo Lauraguais (Tolosa–Albi–Carcassonne) diventa il “Paese della Cuccagna”, dove la coltivazione del guado genera ricchezza e benessere. In Germania, la Turingia vede la nascita dell’università di Erfurt grazie ai proventi del guado. In Italia, il guado è coltivato in Umbria, Toscana, Marche, Lombardia, Piemonte e Romagna, con centri nevralgici come Sansepolcro, Castelnuovo Scrivia, Rieti, Forlì, Urbino e Rimini.

Particolarmente rilevante è la riscoperta del ruolo del guado nel territorio riminese, finora ignorato dalla storiografia. Delucca analizza oltre 150 documenti d’archivio (XIII–XVI secolo), tra contratti di lavoro, atti notarili, statuti comunali e registri fiscali, che attestano la presenza di macine da guado, la coltivazione su tornature di terra, il commercio con Venezia, Firenze, Ragusa e Verona, la formazione di società mercantili e l’uso di mutui “ad medietatem lucri et damni”.

Elisa Tosi Brandi con le piante di guado (isatis tinctoria) coltivate da Andrea Romito

Il declino del guado e l’avvento dell’indaco

Il guado entra in crisi nel XVI secolo, soppiantato dall’indaco tropicale (Indigofera tinctoria), importato dalle colonie asiatiche e americane. L’indaco offre una resa superiore, una maggiore intensità cromatica e un costo inferiore. Nonostante editti protezionistici (Francia, Germania, Inghilterra), il guado non riesce a competere.

Nel XIX secolo, con la Rivoluzione Industriale, si avvia la sintesi chimica dell’indaco (Baeyer, 1883), che culmina nella produzione industriale (1897) e nel dominio dei coloranti sintetici. In Italia, l’ACNA di Cengio (Savona) diventa uno dei principali produttori mondiali. Il guado, da risorsa strategica, diventa memoria storica.

Il guado come simbolo di sostenibilità

Delucca chiude il volume con una riflessione attualissima: il guado può tornare a essere simbolo di sostenibilità, in un mondo minacciato dai coloranti sintetici, responsabili di inquinamento idrico, tossicità, dispersione di solventi e danni alla salute umana. In Francia, Germania e Italia sono nate iniziative culturali, musei, cooperative e progetti di ricerca per recuperare la filiera tintoria vegetale.

Il guado, da “oro blu del Medioevo”, può diventare “oro blu del futuro”, contribuendo alla transizione ecologica, alla valorizzazione delle tradizioni locali, alla riqualificazione dei territori collinari e alla promozione di un artigianato sostenibile. Il volume di Delucca, con la sua ricchezza documentaria, la precisione filologica e la visione sistemica, si propone come testo di riferimento per studiosi di medievistica, etnobotanica, storia dell’artigianato, chimica storica e politiche ambientali.

Andrea Romito, esperto di tintura medievale e membro dell’Ass. Cult. IMAGO ANTIQUA

Curriculum vitae – Oreste Delucca

Oreste Delucca, riminese, dal 1965 è impegnato nello studio delle fonti d’archivio per documentare l’ambiente, l’economia, l’urbanistica, l’arte, le strutture sociali della sua città e del territorio circostante, con particolare riferimento ai secoli del tardo Medioevo e del Rinascimento.
Su tali argomenti ha pubblicato 46 volumi monografici e circa 170 saggi in riviste specializzate ed opere collettive. Per Panozzo Editore è autore di “Mestieri e botteghe riminesi del Quattrocento” e “Piade e piadine” (2024).
È membro della Deputazione di Storia Patria per le Province di Romagna, della Società di Studi Romagnoli e della Società di Studi Storici per il Montefeltro.

È con grande piacere che annunciamo la partecipazione di IMAGO ANTIQUA all’evento Sarzana Senza Tempo, in programma Sabato 4 e Domenica 5 Ottobre 2025 presso la suggestiva cornice della Fortezza Firmafede di Sarzana. All’interno dei portici della cittadella, la nostra associazione proporrà un mercato storico-didattico ambientato nel tardo Quattrocento.

Sarzana Senza Tempo rievoca uno degli episodi più significativi della storia locale: la Guerra di Serrezzana del 1487, conflitto che vide contrapporsi la Repubblica di Genova e la Signoria di Firenze. La Fortezza Firmafede, distrutta e poi ricostruita da Lorenzo de’ Medici, diventerà per l’occasione teatro di rievocazioni, combattimenti in armatura, musica, esibizioni di falconeria, cortei storici e un ampio mercato rinascimentale.

Fortezza Firmafede a Sarzana (fonte: Wikipedia)

IMAGO ANTIQUA sarà presente con tre banchi artigianali, ciascuno dedicato ad una professione accuratamente ricostruita secondo fonti documentarie e iconografiche del XV secolo:

  • Coltellinaio – rassegna di coltelli di varia tipologia corredati da foderi in corame;
  • Merciaio – assortimento di oggetti d’uso domestico, gioielli e preziosi, accessori d’abbigliamento, astucci e custodie, oltre ad un completo corredo per l’accensione del fuoco e l’illuminazione;
  • Stringara – dimostrazione dal vivo della fabbricazione di lacci per abiti maschili e femminili, eseguita con tecniche filologicamente attestate.

I visitatori potranno dialogare con i ricostruttori in abito storico, toccare con mano gli oggetti esposti e osservare da vicino le tecniche di manifattura, in un percorso che unisce rigore documentario e valore esperienziale.

Rivolgiamo un invito cordiale ad appassionati di storia, famiglie, studiosi e semplici curiosi: visitate i nostri banchi nelle giornate dell’evento e lasciatevi guidare in un viaggio emozionante attraverso la cultura materiale del tardo Medioevo, riscoprendo oggetti, gesti e curiosità del nostro ricco passato!

LEGGI QUI il programma dell’evento

Ass. Cult. IMAGO ANTIQUA - Mercato del tardo XV secolo - Sarzana (SP), 4/5 ottobre 2025 (foto 43)
Scorri le immagini del mercato proposto da IMAGO ANTIQUA (Gallery Flickr)

Lunedì 2 Giugno 2025 nei pressi della “Casa del Gufo”, all’interno del borgo medievale di Gradara (PU), si è tenuto un evento culturale organizzato dalla Pro Loco locale, in collaborazione con diverse associazioni specializzate nel tardo XV secolo italiano.

Un viaggio educativo e coinvolgente tra saperi, arti e vita quotidiana.

IMAGO ANTIQUA vi ha preso parte con il proprio mercato storico-didattico, proponendo i banchi del tintore, del merciaio e della stringara.

Locandina dell’evento – clicca per ingrandire

SOTTO: altre immagini su FLICKR (scorrile usando le frecce laterali)

Ass. Cult. IMAGO ANTIQUA - Mercato storico didattico del XV secolo - Gradara 2.6.2025 (foto 07)

Per inserire il nostro mercato nel tuo evento storico, scrivici una email
info@imagoantiqua.it

Articolo di MARCO VIGNOLA
Pubblicato il 17.07.2025; tutti i diritti riservati.

Uno degli interrogativi più “spinosi” relativi alle difese delle fanterie italiane nel pieno Quattrocento è sempre stato l’impiego o meno dei petti da fante cosiddetti “alla tedesca”.

Se la loro produzione negli ateliers peninsulari è assolutamente “certificata” dalla munizione conservata a Castel Coira (marchiata con segni bresciani non equivoci), a livello iconografico tali protezioni non sembrano presentarsi almeno fino agli anni ‘90 del secolo, quando Vittore Carpaccio li ritrae nelle sue Storie di Sant’Orsola.
L’impiego dei petti “globoidi” tipici del secondo Trecento (ben testimoniati, per esempio, dall’altare argenteo di San Jacopo a Pistoia) sembra infatti interrompersi, mentre incontestabile risultava il favore del quale godevano le “brigantine”.

VITTORE CARPACCIO, “Storie di S. Orsola”, episodio “Arrivo dei pellegrini a Colonia” (1490, Gallerie dell’Accademia, VeneziaWikimedia

Il testo di un piccolo quaterneto milanese, condizionato nella busta miscellanea “Autografi, 227” dell’Archivio di Stato di Milano e recentemente trascritto integralmente in un mio contributo reperibile su Academia, può offrire tuttavia qualche spunto interessante su questo capitolo molto specifico dell’oplologia.

Compilato nel 1451, la sua stesura sembrerebbe il prodotto di una sola missione compiuta da Giovanni Orombelli, “collaterale” di Francesco Sforza, visitando le rocche sparse nei territori sud-occidentali del ducato, a guardia degli strategici passi appenninici fin verso Parma, Piacenza e quindi Milano.

Tra i molti inventari qui stilati, uno relativo alla fortezza dei San Colombano al Lambro (citato integralmente in appendice) menziona esplicitamente la presenza di ben 10 “pecti de azale novi”.
Ferme restando tutte le possibili incertezze lessicali che potrebbero inficiare la corretta lettura degli antichi inventari, il termine “pecto de azale” (= petto di acciaio) lascia ben poco spazio a dubbi, così come l’aggettivo “novi”, logicamente indicante prodotti “nuovi”.

Trattandosi di pezzi di fresca manifattura, inoltre, possiamo con buona certezza escludere che si trattasse di elementi residuali, come per esempio il “pectum ferreum” citato nella periferica rocca di Ranzo, in provincia di Imperia, molto probabilmente un esemplare ormai vetusto della più vecchia tipologia globoide (1424; Archivio di Stato di Genova, Antico Comune 338, c. XXVII v.).

Possiamo dunque asserire con qualche certezza che intorno alla metà del XV secolo almeno una fortificazione in suolo italiano vantasse una munizione abbastanza numerosa di petti da fante, molto probabilmente di fabbrica milanese, dato che le turbolenze belliche antecedenti la Pace di Lodi certamente non favorivano l’importazione di materiali strategici come le armi.

Petto da fante di produzione milanese, marchiato e databile tra 1465 e 1475; proviene dall’Armeria del Conte Trapp a Castel Coira ed è attualmente conservato presso le Royal Armouries di Leeds (inv. III.1282) – www.royalarmouries.org

A livello storico ricostruttivo, è in ogni caso utile ricordare la fortissima prevalenza di armamenti corazzati tanto negli inventari quanto nell’iconografia, sconsigliando dunque indebite generalizzazioni in merito ai petti da fante.
E’ tuttavia probabile che a difesa dei parapetti di alcune fortificazioni queste difese venissero salutate con favore, in quanto più comode delle brigantine e tutto sommato equivalenti a livello protettivo, visto che i difensori in questo caso non dovevano presentare la schiena agli assalitori, a differenza delle fanterie campali molto più mobili ed esposte anche sulle terga.

Archivio di Stato di Milano, Autografi, 227, c. 2v.

Sanctocolumbano

In esso castello de Sanctocolumbano gli sono le infrascripte a presso de magistro Ioseph ibidem castellano et cetera:
prima balestre IIII° a bancho cum banchi II
item balestre IIII° a molinelo senza molineli
item Iᵃ altra balestra a molinelo rota
item balestre VIII a cirela et a manete sine crochi et cireli et Iᵃ stambuchina, quale sono inutille
item coraz(e) VII coperte cum suoy speraroli
item coraz(e) V
[1] scoperte sine speraroli
item pecti X de azale novi
item tarchoni VIIII° et sgiopeti VIIII°
item sgiopeti II roti
item spingarda Iᵃ de metalo
item Iᵃ altra de ferro cum suo cepo
item libre CCL de piombo cum certe balote
item bombardele V pizole da mano
item capse XIIII° de veretoni a bancho et a busola
item barili VI½ de polvere a bombarda

item barile I a schiopeti
item Iᵃ corda grossa e longa
item lumerii II et due lucerne
item stopini XXV et palli II de ferro
item cadene II a ponte levatorio cum certis fornimentis
item gavete XIIII° de fillo a balestre
item stari LXXVII furmenti
item campana una Iᵃ et I° curlo
[2]
item lectere X tra grande e pizole
item banche IIII° grande e pizole
item archoni II° et discho uno
item modii V farine
item vaseli VIII a vino de brente XLIII et pleni
item capsono I° a farina et Iᵃ buratora
item molandino I fornito da macinare
item vaseli X de brente C in li quali sono brente LX vini albi et vermili
item vaseli a vino quali sono del magnifico mesere Cicho.

[1] “segue “s” e altra lettera abbozzata depennate

[2] Così nel testo

*** CLICCA QUI per leggere l’articolo completo su Academia.edu ***

Per celebrare il 25° anniversario dalla sua prima edizione, l’evento di rievocazione storica “Trecentesca” si trasforma quest’anno in “Morimondo nella storia”, dando vita a una grande rievocazione multiepoca.
Un affascinante viaggio nel tempo che porterà i visitatori dalla Roma antica al Medioevo, dal Rinascimento al Barocco, fino all’età napoleonica.

L’evento si svilupperà su circa 5.000 mq di spazio e coinvolgerà centinaia di rievocatori provenienti da tutta Italia. Grazie all’archeologia sperimentale e a una divulgazione storica precisa e coinvolgente, i visitatori potranno immergersi in un’esperienza di Living History unica, entrando in contatto diretto con ambienti e situazioni storiche ricostruite nei minimi dettagli.

Immagine tratta dal sito del FAI (www.fondoambiente.it)

Lungo il percorso saranno allestite aree ristoro, mercatini e banchi dei commercianti, mentre animazioni e intrattenimenti arricchiranno l’esperienza per tutta la famiglia. Non mancheranno inoltre laboratori didattici esperienziali che si concentreranno sull’età medievale e sul mondo monastico, trattando temi come l’erboristeria, la miniatura, la calligrafia, l’affresco e la musica.

L’evento è organizzato dalla Fondazione Abbatia Sancte Marie de Morimundo, dal Comune di Morimondo, dall’Associazione Italiana Siti e Abbazie Cistercensi (AISAC) e dall’Associazione Culturale Compagnia di Porta Giovia, con il patrocinio dell’Ente Parco Lombardo della Valle del Ticino e la collaborazione della Pro Loco e della Parrocchia di Morimondo.

L’Ass. Cult. IMAGO ANTIQUA (www.imagoantiqua.it) prenderà parte a questo imperdibile evento con il proprio mercato storico-didattico, comprendente attività mercantili e artigianali del tardo Quattrocento italiano.

I nostri ricostruttori, in modo istruttivo e coinvolgente, vi condurranno alla scoperta dei mestieri di tintore, sarta, stringara (fabbricante di lacci), coltellinaio e merciaio, con la possibilità di visionare repliche di qualità museale e reperti originali.

Immagine tratta dal sito www.ilpiedeverde.it


Ass. Cult. IMAGO ANTIQUA - Mercato del tardo Quattrocento - Morimondo (MI), 24/25 maggio 2025 (foto 02)
Scorri le immagini del mercato proposto da IMAGO ANTIQUA (Gallery Flickr)

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Per leggere e scaricare il programma completo:
CLICCA QUI

Per altre informazioni:
Fondazione Abbatia Sancte Marie de Morimundo – Segreteria
02 94961919; fondazione@abbaziamorimondo.it
da mercoledì a lunedì ore 8:30 – 12:30 e 14:30 – 16:30 (martedì uffici chiusi)

Articolo di MARCO VIGNOLA
Pubblicato il 06.04.2025; tutti i diritti riservati.

Il 18 dicembre 1476 Agostino Spinola eseguì l’ispezione di una nave appartenente a Nicola “de Nigrono” e capitanata da un certo Alaono, onde verificarne l’adeguato equipaggiamento. Come infatti già attestato dal trecentesco “Liber Gazarie”, era prassi nella Genova tardo-medievale che ai patroni delle navi s’imponesse un standard minimo di armamento, per dissuadere da eventuali atti di pirateria e garantire la sicurezza di uomini e merci.

I verbali superstiti di queste monstre ci schiudono pertanto un mondo variegato di equipaggi, armi e attrezzature, consegnando dei momenti “congelati nel tempo” e svelando dettagli estremamente interessanti sulla vita marittima.
In prima battuta, tra le figure specializzate che vediamo imbarcate, oltre all’immancabile scriba, compaiono una serie di professionisti destinati alla manutenzione della nave (un calafato, un maestro d’ascia e un tornitore), oltre a un bottaio e a un “balestrarius”: termine probabilmente impiegato per designare non un comune balestriere, ma una figura deputata alla manutenzione delle balestre, visto che sulla nave ne risultavano imbarcate 40 tra quelle a tornio e a girella.

Tre erano invece i bombardieri addetti alla gestione di 21 bocche da fuoco (numero decisamente elevato, data l’epoca) e probabilmente del tipo “a mascolo”, visto che a loro erano destinati ben 69 “canoni” [1], con una media di oltre tre per ciascuna bocca. Fatto interessante, due di questi bombardieri, Robertus de Anglia e Giraldus de Alamania, palesavano nel loro stesso nome una provenienza estera molto esplicita, a segnalare la forte mobilità di queste figure professionali.

Bombarda del 1450 c. e bombardella del 1410 c. conservate presso il Musée de l’Armèe – Les Invalides, Parigi; foto Andrea Carloni (2006)

In tutto si contavano 78 uomini stipendiati, suddivisi in 22 specialisti, 23 marinai generici, 29 famuli e 4 “scannagalli” (termine quest’ultimo che in antico designava i mozzi), oltre a 10 imbarcati senza paga; probabilmente semplici passeggeri.

La dotazione di armamenti individuali, comunque, includeva 40 coiracie (ovvero, brigantine) e 46 celate, oltre a cinque dozzine di “lance lunghe” (evidentemente picche), a due dozzine di partigiane, 5 dardi e 12 “targhette”; munizione sufficiente a proteggere poco più della metà dell’equipaggio e ad armarne la totalità, rendendo la nave capitanata da Alaono una sorta di “fortezza galleggiante”.

Non risulta ben chiaro il senso delle “falde” e il concetto di “nave infaldata”, ma forse qui il termine potrebbe designare delle protezioni mobili da impiegarsi contro le armi da lancio, visto che l’utilizzo bellico sarebbe confortato dalla loro inserzione tra gli armamenta. Altrettanto poco chiare sono le thore da ponte (tavole da ponte), pure incluse tra gli armamenti e forse impiegate per abbordare eventuali navi avversarie.

Sebbene non strettamente legato all’arsenale di bordo, si è scelto di trascrivere in appendice anche l’elenco del sartiame, il quale indirettamente ci descrive una forma a più alberi, con vela maestra, mezzana e trinchetto, forse identificabile come una caracca: ovvero, un grande nave da carico che poteva essere fortemente armata, già impiegata dai Genovesi nel Quattrocento in commerci a lunga distanza.

Parte del documento originale oggetto del presente articolo

Archivio di Stato di Genova, Antico Comune, Diversorum 3057.

Dotazione di bordo:

Armamenta:
bombarde viginti unam sive pec(ii)
[2] XXI con canonis LXVIIII
pulveris baril(e) VII grosse plene
balistri de turno et zurela i(n) s(umma)
[3] XXXX, zurele viginti et torni quatuor
veretonorum de zirela et turno capsias viginti
cracie quadraginta sex
celate quadraginta
fade pecii XII et ultra tota nave infaldata
tarchete pecii duodecim, sive X[…]
lamse longe duodene quinque, sive partexane duodene duoi, sive dardara a numero V
thore da ponte pecii septuaginta.

Sartia:
agumene octo nove
agumene quatuor de brachiis XVI in plus
agumene VIII basse
proeiexi, caveti et alia filia ad sufi[…]
anchore sex grosse et una pa
Magistra una con boneta nova et aliis duabus bonetis
Mezana et trincheto novo
contra mezana, velum gabie ciu[…] et multe alie vele similes.


[1] Il lemma qui indicava quasi certamente una camera da scoppio amovibile.
[2] Scioglimento incerto
[3] Scioglimento incerto


INCONTRO CON IL PUBBLICO
Ingresso Gratuito

SABATO 1° Marzo 2025, ore 16:00

PAGINAE. Grafie, manoscritti e libri a stampa nel ‘400

Museo della Città “Luigi Tonini”
c/o Sala degli Arazzi
Via L. Tonini, 1 – 47921 Rimini

Evento organizzato dall’Associazione Culturale IMAGO ANTIQUA, con il patrocinio del Comune di Rimini.


Relatore: MARCO VIGNOLA, paleografo ed archeologo medievale.

Introduzione a cura di: ANDREA CARLONI, presidente Imago Antiqua.

Attraverso un excursus sui supporti (carta e pergamena) e sugli strumenti utilizzati dagli scribi, forniremo un inquadramento generale dell’atto della scrittura nel Tardo Medioevo, con distinzione tra libraria e corsiva.

Di seguito ci soffermeremo sulla svolta cruciale introdotta con la stampa, partendo dai primi esperimenti tipografici fino a giungere alla vera e propria rivoluzione rappresentata dall’adozione dei caratteri mobili di Gutenberg.
A fine lavori sarà possibile visionare dal vivo un post-incunabolo ed alcuni documenti notarili originali, nonché la ricostruzione di un manoscritto dotato di legatura membranacea, contenente ricette cosmetiche e mediche, in buona parte tratte dai celebri Experimenti di Caterina Sforza.

Per informazioni: info@imagoantiqua.it ; 349 1456380 (Segretario)

Conferenza scrittura_12
Scorri le immagini (Gallery Flickr)
Riprese audiovideo – Canale YouTube di IMAGO ANTIQUA

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