As recently as one year ago we informed our readers about the start-up of the so called “Cavaniglia’s damask Project“, which IMAGO ANTIQUA feels to be part of in some way.

Initiated by our friend Renzo Semprini, it soon became clear that the goal was going to be quite demanding, as it aimed at replicating, as accurately as possible, an original Italian silk textile dating back to the late 15th century.

After surveying all the available sources, the pattern choice fell upon the damask belonging to Don Diego Cavaniglia’s funeral doublet, a noble “condottiero” from Campania dead in Otranto in 1481, whose remains rest in the Church of San Francesco a Folloni, Montella, Province of Avellino. In the years immediately following completion of its restoration (2013), this garment has become pretty famous, both in Italy and abroad, as it actually represents a rare example of early Renaissance doublet fully wisthstanding the test of time in near mint conditions.

 

Damasco originale (fronte), foto P. Fabbri

The original damask on its front (picture by Paola Fabbri)

 

The prestigious Florentine Foundation Arte della Seta Lisio was finally engaged for the project enactment: after conducting a thorough preliminary feasibility study and once the backers of the project were spotted in a handful of scarce though ultra-motivated historical Re-enactors, scattered all over Europe, just a few weeks ago the Lisio technicians completed the production of 30 meters of ivory damask fabric on a green background (the original differs only by these colors, which were specifically requested by Mr. Semprini).

CLICKING HERE you can read all details concerning this authentic challenge, a new experience, to our knowledge, in the field, a first step to steer the textile manufacturing towards a specific need of Living History, namely the creation of a high-profile silk product, substantially free of compromise and formerly not available on the market.

Please look at the finished replica here following, shown both on the front and on the reverse side, then decide for yourself if the outcome meets or not your expectations.

Replica (fronte)

Replica (front)

Replica (retro)

Replica (reverse)

 

Further details – front:

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Further details – reverse:

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Apart from congratulating Mr. Semprini and the Lisio Foundation, we would like to extend our sincere gratitude to those Re-enactors who made this exciting achievement possible by their valuable and irreplaceable financial contributions!

LEGGI QUESTO ARTICOLO IN ITALIANO: CLICCA QUI

Circa un anno fa partiva quello che ormai noi di IMAGO ANTIQUA chiamiamo in breve, sentendolo anche un po’ nostro, il “Progetto damasco Cavaniglia“.

Nato su iniziativa dell’amico Renzo Semprini, l’intento prefisso, certamente non di agevole traduzione pratica, era quello di replicare, con la massima precisione possibile, un tessuto serico originale della seconda metà del XV secolo italiano.

Dopo una ricognizione delle fonti a disposizione, per il pattern venne scelto il damasco appartenente al farsetto funebre di Don Diego Cavaniglia, un nobile condottiero campano morto a Otranto nel 1481, le cui spoglie riposano nella Chiesa di San Francesco a Folloni di Montella (AV).
Tale indumento è divenuto molto celebre, sia in Italia che all’estero, negli anni immediatamente successivi alla conclusione del suo restauro (2013), in quanto rappresenta uno dei rarissimi esempi di farsetti quattrocenteschi sopravvissuti alla prova del tempo in condizioni di pressochè totale integrità.

 

Damasco originale (fronte), foto P. Fabbri

Damasco originale (fronte), foto Paola Fabbri

 

Per la messa in opera era stata scelta la prestigiosa Fondazione Arte della Seta Lisio di Firenze: ultimata una serrata indagine preliminare di fattibilità e una volta individuati i rarissimi finanziatori del progetto in una manciata di ultra-motivati Ricostruttori Storici sparsi per tutta Europa, i tecnici Lisio hanno portato a termine, poche settimane fa, la produzione di 30 mt di tessuto damascato di colore avorio su fondo verde (tali colori, unico elemento di diversità con l’originale, sono stati decisi a monte dal Rag. Semprini).

CLICCANDO QUI potete leggere i dettagli analitici di questa autentica sfida che, per quanto a nostra conoscenza, rappresenta un’esperienza nuova in ambito ricostruttivo, un primo passo per indirizzare la manifattura tessile verso una necessità specifica del Living History, creando un prodotto serico di alto profilo, tecnicamente esente da compromessi e prima non disponibile sul mercato.

Di seguito mostriamo la replica in questione nel suo dritto e rovescio, lasciando che siano i lettori a concludere se il risultato sia o meno all’altezza delle premesse.

 

Replica (fronte)

Replica (fronte)

Replica (retro)

Replica (retro)

 

Altri dettagli – fronte:

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Altri dettagli – retro:

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Oltre a congratularci con il Rag. Semprini e la Fondazione Lisio, desideriamo ringraziare sentitamente tutti i Re-enactors che con il loro prezioso e insostituibile contributo economico hanno consentito di realizzare questo entusiasmante obiettivo!

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A Rimini, presso il Castel Sismondo, nei giorni 27-28-29 Ottobre 2017 avrà luogo l’evento “I CASTELLI IN EPOCA MALATESTIANA. RESIDENZA E DIFESA IN ITALIA TRA MEDIOEVO E RINASCIMENTO”.

Promotore dell’iniziativa in argomento, assieme al Comune di Rimini, è l’Istituto Italiano dei Castelli. Si tratta di un’organizzazione culturale senza scopo di lucro, nata nel 1964, che svolge la sua attività essenzialmente su quattro fronti:

1. Lo studio storico, archeologico e artistico dei castelli e dei monumenti fortificati.
2. La loro salvaguardia e conservazione.
3. L’inserimento delle architetture fortificate nel ciclo attivo della vita moderna.
4. La sensibilizzazione scientifica e turistica dell’opinione pubblica.

Il PROGETTO nasce dall’idea di celebrare la Figura di Dino Palloni, nella sua città, a cinque anni dalla prematura scomparsa.
Nell’ambito dell’Istituto Italiano dei Castelli fu un instancabile studioso e storico delle fortificazioni e promotore del “Gruppo Giovani” denominato successivamente “Gruppo di Studio della Sezione Emilia Romagna”. La concomitanza dell’iniziativa con le celebrazioni Malatestiane, promosse dall’Assessorato alle Arti del Comune di Rimini, hanno reso possibile l’ideazione di un progetto culturale di forte valore scientifico che si pone l’obiettivo di valorizzare il patrimonio castellano legato all’influenza malatestiana mettendolo in relazione con esempi di carattere nazionale attraverso un approccio scientifico e divulgativo volto ad analizzare non solo gli aspetti architettonici, ma anche quelli politici, militari e sociali.

L’EVENTO proposto si compone di diverse sezioni e sessioni dedicate a promuovere ad un pubblico specialistico, ma anche e soprattutto ai cittadini riminesi, l’immenso patrimonio culturale rappresentato da Castel Sismondo e dal sistema difensivo malatestiano.
Il Castello di Rimini, sarà oggetto di interessanti relazioni legate alla storia, ai restauri e alle recenti scoperte archeologiche.
Il Castello verrà inoltre presentato al pubblico attraverso un ciclo di visite guidate finalizzate a far conoscere gli aspetti storici e castellologici con il supporto di ricostruzioni storiche, ad alto livello qualitativo, proposte da Associazioni del territorio riminese che ricostruiranno, sulla base di dati storici, alcuni ambienti della fortezza al tempo di Sigismondo Pandolfo Malatesta. Anche la città ed il suo territorio saranno al centro delle tematiche proposte attraverso contributi focalizzati a evidenziare elementi di novità come nei casi di Porta Galliana, e di altri contesti malatestiani, in città e nel territorio.

In occasione delle iniziative culturali, promosse dal Comune di Rimini e dall’Istituto Italiano dei Castelli, sarà possibile visitare gratuitamente Castel Sismondo attraverso due proposte di visita guidata dedicate alla storia della più importante fortezza malatestiana.

Le VISITE GUIDATE saranno di due tipologie:

– Il percorso di visita “A” proposto dal Gruppo di Studio “Dino Palloni” della Sezione Emilia Romagna dell’Istituto Italiano dei Castelli, sarà dedicato alla storia dell’edificio attraverso le sue fasi costruttive e le sue caratteristiche difensive nel rapporto con l’architettura militare del Rinascimento italiano. Durante il percorso sarà possibile visitare anche la sala didattica dedicata ai castelli dei Malatesta. Ai visitatori verrà fornita una scheda tecnica conoscitiva al fine di poter meglio comprendere i temi proposti. La durata della visita sarà di circa novanta minuti.

– Il percorso di visita “B” organizzato dall’Associazione Culturale COMPAGNIA DI SAN MARTINO e in collaborazione con l’Associazione Culturale IMAGO ANTIQUA, approfondirà gli aspetti di vita quotidiana, militare e civile, attraverso un racconto caratterizzato da alcune ricostruzioni di ambienti del castello dove attraverso momenti di animazione storica e didattica sarà possibile approfondire temi dedicati alla difesa delle roccaforti rinascimentali con focus dedicati alle armi e alla guarnigione. Verranno ricostruiti anche alcuni ambienti nobiliari dove si potranno incontrare alcuni personaggi della corte di Sigismondo Malatesta.

Per tutti i dettagli, anche con riferimento a giorni e orari delle visite guidate, CLICCA QUI 

 

coltelli VignolaDomenica 15 OTTOBRE 2017, in occasione dell’evento Le Erbe degli Sforza, torneremo nella piazza antistante la Rocca di Riolo Terme (RA) con tre banchi didattici del tardo Quattrocento italiano.

Nell’edizione di quest’anno, grazie a IMAGO ANTIQUA potrete approfondire il funzionamento della balestra e dei suoi accessori, scoprire quali oggetti e suppellettili di uso quotidiano erano più comunemente venduti dai merciai, nonché comprendere i processi artigianali sottostanti alla costruzione e all’assemblaggio dei coltelli.

Il pubblico potrà interagire con i nostri Ricostruttori Storici in abiti del XV secolo, che mostreranno non solamente repliche di livello museale, ma anche originali coevi provenienti dalle proprie collezioni, mettendo in evidenza in un confronto diretto tutti i dettagli che normalmente sfuggono all’osservazione del grande pubblico, nonché la difficoltà di riprodurli in maniera filologicamente accurata.

Le Erbe degli Sforza 2017_1 di 2      Le Erbe degli Sforza 2017_2 di 2


 

 

 

 

 

 

Notizia dell’evento sul sito del Comune di Riolo: LEGGI QUI

Mercato didattico IMAGO ANTIQUA nell’edizione 2016: VEDI IMMAGINI 

Rispetto alla redazione del precedente articolo sul nostro blog [Diamoci un taglio! Forbici e cesoie nel ‘400 – CLICCA E LEGGI], alla collezione di originali di IMAGO ANTIQUA si è aggiunto un nuovo esemplare, acquisito tramite la casa d’aste Timeline Auctions di Londra.

Forbici originali - Collezione Marco Vignola 1 di 2

Forbici originali – Collezione Marco Vignola (1 di 2)

Forbici originali - Collezione Marco Vignola 1 di 2

Forbici originali – Collezione Marco Vignola (2 di 2)

Si tratta nello specifico di un paio di forbici di grandi dimensioni (lunghezza: cm. 26,5 peso: g. 400) mutile delle due punte. Il pezzo si presenta coperto da un’uniforme patina bruna e la sua provenienza è sconosciuta, sebbene con ogni probabilità si tratti di un manufatto inglese. Le punte risultano spezzate già in antico e un tagliente è singolarmente ritorto, molto probabilmente per via di un uso “improprio” dello stesso come leva per forzare una cassa o una porta. Ad eccezione di queste lacune, il metallo si conserva tuttavia in maniera perfetta, con l’affilatura delle lame ancora viva e tagliente.

La datazione di manufatti simili, piuttosto rari in contesti di scavo, specie di formato tanto grande, pone sicuramente alcune problematiche di fondo.

La morfologia degli anelli, più che dei taglienti, sembra però rappresentare un buon indicatore, essendo questo forgiati “a cerchio chiuso” e non ottenuti ritorcendo i codoli delle due lame per formare un anello aperto, come in molti degli esemplari che gremiscono l’iconografia quattrocentesca. Un reperto analogo, ma molto più piccolo (11,1 cm. di lunghezza) proviene da contesti londinesi ed è datato alla fine del XIV secolo. Proprio nel Trecento, inoltre, le normali chiavi da porta e da cassa presentano in prevalenza anelli perfettamente circolari, del tutto simili alle forbici in questione.

Sul piano iconografico, una datazione al tardo Trecento sarebbe anche suggerita da una miniatura dello Statuto della Società dei Sarti di Bologna (1379), ove appaiono forbici munite anch’esse di anello chiuso.

Statuto Società dei Sarti, 1379 con aggiunte 1426-66 (ASBO); foto Andrea Carloni, 2017

Statuto Società dei Sarti, 1379 con aggiunte 1426-66 (ASBO); foto Andrea Carloni, 2017

Se tutti questi elementi, per quanto solo indiziari, sembrerebbero condurre alla fine del Trecento (o forse anche all’inizio del Quattrocento), la risolutiva conferma d’una generica datazione tardo medievale viene anche dal marchio impresso su di esse.
Si tratta di un simbolo composito e formato da almeno tre sezioni distinte, con una stella inferiore, un corpo centrale dal disegno non identificato sovrastato da una lettera, ed una parte superiore, forse una corona. Per quanto l’usura superficiale non ne permetta una lettura perfetta, tra i vari elementi del marchio emerge una “A” gotica maiuscola, del tutto compatibile con gli stilemi grafici in uso tra Trecento e Quattrocento, che ne avvalora la datazione espressa sulla base dei confronti.

Dettaglio del marchio

Dettaglio del marchio

Sul piano della funzione, un paio di forbici che in origine doveva sfiorare i 30 cm. di lunghezza, doveva essere destinato ad operazioni di sartoria e forse più nello specifico al taglio delle grandi pezze di tessuto in qualche bottega di drappiere.

J. COWGILL et al. 2000, Knives and scabbards, Woodbridge, p.114, n.370.

 

Articolo di MARCO VIGNOLA (2017)

Teatro Galli – Rimini, Piazza Cavour

Inaugurazione sabato 2 settembre, ore 18

dal 3 al 10 settembre aperto ore 10-13/16-23
dal 12 settembre al 29 ottobre aperto ore 16-19
lunedì non festivo chiuso – Ingresso Libero

Si tratta di un’esposizione intrigante e fuori dagli schemi usuali, che incrocia le celebrazioni del 600esimo anniversario della nascita di Sigismondo Pandolfo Malatesta con gli eventi del motociclismo mondiale. Ne sono enti promotori il Comune di Rimini e l’Università di Bologna.

L’idea prende spunto dai risultati di una ricerca scientifica condotta da Thessy Schoenholzer Nichols ed Elisa Tosi Brandi, accademiche di grande rilievo nell’ambito della Storia del Costume e della Moda, avente ad oggetto l’indumento forse più rappresentativo del guardaroba maschile medievale: il farsetto.

Imbottito, aderente, ergonomico, il farsetto nasce come sistema di difesa passiva per il cavaliere sotto l’armatura. Funzionale ed elegante sottostruttura, dall’ambito militare esso diventa indumento quotidiano. Indagato anche nelle sue caratteristiche sartoriali, grazie all’apporto di fonti materiali, in questa mostra il farsetto è stato paragonato ai giubbotti del motociclista.
Fulcro dell’esposizione è la collaborazione nata con il reparto “Prodotto e sviluppo” della Spidi Sport che ha analizzato e sviluppato i cartamodelli dei farsetti medievali, realizzando prototipi in pelle per nuovi indumenti.

I giubbotti ispirati ai farsetti, le ricostruzioni storiche e l’attrezzatura ultratecnologica dei piloti del MotoGP pensata e disegnata da Aldo Drudi (Drudi Performance), illustrano diversi percorsi di ricerca intrapresi da storici, protitipisti e designer sugli oggetti antichi, visti come fonti da cui trarre qualche ispirazione per migliorare prestazioni e sicurezza, offrendo una nuova immagine ai cavalieri di oggi.

L’Associazione Culturale IMAGO ANTIQUA prende parte attiva alla mostra attraverso il prestito dell’armatura di piastre appartenente al proprio membro Andrea Carloni (Presidente), posta in associazione ideale con la tuta e le protezioni da centauro realizzate da Spidi Sport su design di Aldo Drudi.  

Si tratta delle replica rigorosa di un insieme composito di fattura lombarda, conservato presso il Museo F. Gonzaga di Mantova (inv. B1 e B3) e databile, secondo le teorie oplologiche più recenti, agli anni 1475-80 circa; alcune pezze minori, essendo mancanti nell’originale – ci riferiamo più precisamente a guardareni e batticulo – sono state mutuate dalla celebre “armatura Sanseverino”, morfologicamente similare ed esposta al Kunsthistorisches Museum di Vienna (inv. A3).

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Si ringraziano sentitamente Elisa Tosi Brandi (Univ. Studi di Bologna) ed il Comune di Rimini, nella persona di Massimo Pulini (Ass. Cultura), per il coinvolgimento della nostra Associazione; un tributo di riconoscenza va a Tobias Capwell (curatore Wallace Collection di Londra) per la consulenza ed il supporto materiale offerti nella realizzazione dei fornimenti in maglia che completano l’armatura.

Pieghevole della mostra – Clicca per leggere/scaricare

Lenzburg_01Tra il 27 e il 30 luglio 2017, presso il castello-museo di Lenzburg, in Aargau (Svizzera), si è svolto un evento della Company of St. George che ha richiamato oltre 80 reenactors da tutta Europa, per offrire ai visitatori uno spaccato di vita tardo medievale in un contesto storicamente credibile.

Il castello stesso, monumento tra i più importanti nel suo genere in suolo elvetico, mostra oggi più fasi edilizie collocabili tra XI e XVII secolo, ma così bene armonizzate da non “disturbare” l’occhio del pubblico, pur nella loro diacronicità.
In questo scenario quasi privo di compromessi si sono dunque dipanate le consuete attività militari di guarnigione e un “mercato didattico”, dove abili artigiani e mercanti hanno interagito al massimo con la platea dei visitatori del castello, per rendere veramente immersiva l’esperienza del passato.

Negli scatti a seguire saranno presentati alcuni dei momenti ricostruttivi vissuti dai soci di IMAGO ANTIQUA che con la Company of St. George collaborano ormai da anni, in piena sintonia d’intenti.
Marco Vignola, infatti, ne fa parte dal 1999, mentre Andrea Carloni ed Enrico Lazzari, in qualità di “reclute”, sono membri di diritto dell’associazione ed hanno a loro attivo numerose partecipazioni agli eventi della Compagnia; Silvia Ballabio, dal canto suo, ha invece offerto il suo contributo come ospite tanto in abito medievale, quanto nei panni di fotografa accreditata.

Immagini di Andreas Petitjean e Silvia Ballabio

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Silvia&Andrea

L’uovo in epoca antica e per tutto il Medioevo godette di una certa fortuna.
Ciò si deve anche al fatto che risultava facile da cucinare (tempi di cottura brevi e relativo risparmio energetico), ma soprattutto alle radicate convinzioni circa le sue proprietà ricostituenti, alcune fondate su principi reali, altre derivanti da ancestrali simbologie (ad esempio, l’uovo come simbolo della vita).

Si evince, infatti, leggendo i trattati dietetici del tempo e le numerose ricette in cui le uova sono usate come elemento-base indispensabile, che questo alimento doveva entrare con una certa continuità e frequenza nella dieta quotidiana di tutti i livelli sociali, grazie al suo apporto nutritivo di primaria importanza. Le uova sono ricche di protidi, sali minerali e vitamine (specie la vitamina A); in particolare il tuorlo si converte rapidamente in sangue, lasciando pochissime superfluità, e per questo motivo veniva considerato un alimento temperato per la sua vicinanza con la natura umana, essendo esso declinante al caldo, mentre l’albume al freddo. Per tutte queste caratteristiche, le uova venivano considerate un alimento completo e facilmente digeribile, adatto a tutti e consigliato specialmente per le gestanti e le nutrici.
(Cfr. G. ALBINI, De sanitatis custodia, p. 55; segnalazione dell’amica Anna Fabbri, che ringraziamo sentitamente).

Nel testo La cucina medievale di Enrico Carnevale Schianca si riporta quanto segue (p. 686 ss.):

«Secondo Arnaldo 1555, p. 54r, le uova, per essere buone, devono essere bianche, oblunghe e fresche […omissis…]; quanto alla provenienza, le uova migliori sono quelle delle galline, seguite nell’ordine da quelle delle pernici (o starne) e dei fagiani; meno raccomandabili sono quelle delle oche e delle anatre, e le peggiori sono le uova di struzzo (Galeno 1530, p. 94r)».

Lo Schianca asserisce che per mantenere quantomeno intatte tutte le proprietà delle uova finora descritte, è necessario scegliere il modo migliore di cuocerle: il principio di base, valevole sia per i medici che per i cuochi, era che indurendo l’uovo diventasse peggiore. Quindi le uova che si bevevano crude erano ritenute le più leggere, ma al tempo stesso anche di poco nutrimento. Le migliori erano considerate le ova tremula, cosiddette perché, tenendole in mano, sembravano tremare dentro il guscio (sono assimilabili alle nostre “uova alla coque): nutrivano molto, erano di facilmente digeribili, e perciò adatte ad anziani e convalescenti. In ordine crescente di nocività vi erano le uova sperdute (in camicia) e subito a seguire quelle sode, difficoltose da digerire, tuttavia – grazie all’umidità dell’acqua di cottura che in qualche modo salvaguarda l’umidità sostanziale dell’uovo stesso – non tanto quanto quelle arrostite, totalmente rinsecchite dal calore violento della cottura, che avveniva in diversi modi: il più nocivo era quello sotto la cenere calda, che impediva l’esalazione delle fumosità, meno dannose risultavano le uova cotte nel guscio sopra i carboni ardenti, e ancora meno quelle private dello stesso e fatte cadere sopra il testo rovente. Infine, le meno raccomandabili in assoluto erano le uova fritte.

Passando alla sperimentazione pratica, trascriviamo di seguito una ricetta a base di uova che abbiamo avuto modo di realizzare direttamente durante i nostri eventi ricostruttivi:

De ovis, primo de implendis

Lc: Liber de coquina, a cura di Marianne Mulon, Deux traités inédits d’art culinaire médiéval, in “Bulletin philologique et historique”, 1968 (1971), I, pp. 396-420.

Ad faciendum ova plena, findas unumquodque per medium, dum fuerint bene cocta et hoc integra. Tunc extrahe rubedinem et, acceptis maiorana, safrano, gariofilis, distempera cum rubedine predictorum ovorum; et pista fortiter, adiuncto parum de caseo. Per singula octo ova, distempera unum ovum crudum. Hoc facto, de isto sapore imple albedines ovorum. Et frige cum bono lardo; et cum agresta comede (Lc 412).

Per fare le uova ripiene, dividile in due parti non appena si saranno assodate. Togli allora il rosso e, presi maggiorana, zafferano e chiodi di garofano, stemperali col rosso delle suddette uova. Pesta con forza aggiungendo un po’ di formaggio. Mischia anche un uovo crudo ogni otto uova [sode]. Fatto ciò, riempi le chiare d’uovo con questa miscela e friggile con buon lardo. Mangiale con agresto.

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In O. REDON – F. SABBAN – S. SERVENTI si legge a commento (p. 234):

«Ecco una ricetta semplice che, sia pure con qualche leggera differenza, si trova in tutti i libri. Nella raccolta in lingua latina da cui è stata tratta, è la prima di altri sei modi di preparare le uova. La stessa formula si trova riprodotta in Italia nel libro in lingua toscana edito dallo Zambrini, che non propone nessun’altra ricetta di uova, dato che l’autore commenta: “De l’ova fritte, arrostite e sbattute è sì noto che non bisogna dire d’esse».

Quest’annotazione mette in evidenza quanto fosse esteso il loro consumo, tenendo anche conto del fatto che l’allevamento domestico del pollame, sia in aziende agricole di piccole e grandi dimensioni, che a conduzione familiare, era una pratica assai diffusa.


Bibliografia

G. CARBONELLI – G. ALBINI, Il De Sanitatis Custodia di Maestro Giacomo Albini di Moncalieri (1906)

A.M. NADA PATRONE, Il cibo del ricco e il cibo del povero. Contributo alla storia qualitativa dell’alimentazione. L’area pedemontana negli ultimi secoli del Medioevo, Ed. Centro Studi Piemontesi, Torino (1989)

O. REDON – F. SABBAN – S. SERVENTI, A tavola nel Medioevo con 150 ricette dalla Francia e dall’Italia, Editori Laterza, Bari (2001)

E.C. SCHIANCA, La cucina medievale. Lessico, storia, preparazioni, Leo S. Olschki Editore, Firenze (2011).


Articolo di SILVIA BALLABIO (2017)

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Martedì 6 e Giovedì 8 giugno u.s. gli alunni della classe 3D del Liceo “Volta-Fellini” di Riccione sono stati introdotti ad alcune tematiche chiave della Ricostruzione Storica del XV secolo italiano, a cura di due membri del nostro sodalizio culturale, Andrea Carloni (Presidente) e Silvia Ballabio (Segretario).

L’iniziativa si è svolta nell’ambito del cosiddetto «PROGETTO MALATESTA», un format didattico composto da un pacchetto di 30 ore formative in Alternanza Scuola Lavoro, nato su impulso di Ilaria Balena e Marco Sassi di Bookstones Edizioni, in concomitanza con i festeggiamenti promossi dal Comune di Rimini per il 600° anniversario dalla nascita di Sigismondo Pandolfo Malatesta (1417-1468).

Per le lezioni affidate alla competenza di IMAGO ANTIQUA è stata utilizzata come aula la suggestiva “Sala degli Arazzi” sita all’interno del Museo della Città di Rimini.

La prima giornata, che ha visto la presenza in abito storico dei nostri incaricati, è stata dedicata ad un primo inquadramento delle attività e finalità della Living History e, subito a seguire, alla VITA QUOTIDIANA nella seconda metà del Quattrocento.
Grazie al supporto di immagini tratte dall’archivio fotografico IMAGO ANTIQUA e di slides appositamente create per l’occasione, abbiamo offerto una panoramica sul nostro operato di Ricostruttori Storici e degli strumenti di cui ci avvaliamo, chiarendo anche l’imprescindibilità dalla ricerca, l’importanza del confronto con il mondo accademico e le numerose interconnessioni con diverse discipline tecnico-scientifiche.
Per mantenere viva l’attenzione, abbiamo fatto toccare con mano alcune ricostruzioni di indumenti e complementi d’abbigliamento maschile e femminile (con uno sguardo al corredo funebre di Sigismondo Pandolfo e del padre Pandolfo III), mostrando anche reperti originali di minuterie metalliche provenienti dalle nostre collezioni.

Nel secondo incontro, invece, si è innanzitutto discusso di CUCINA E ALIMENTAZIONE, con particolare riguardo alle testimonianze documentali pervenute, ai “cibi proibiti” per il Re-enactor del 1400 (ossia quelli posteriori alla scoperta dell’America), ad attrezzi e utensili (grande stupore ha suscitato la dimostrazione di accensione del fuoco con esca/selce/acciarino), alle posate e al corredo da tavola del ceto popolare e nobiliare.
L’ultima parte della mattinata è stata riservata all’AMBITO MILITARE ed in particolare alle principali armi e protezioni utilizzate da cavalieri e fanti nel XV sec.; anche in questo caso, non sono stati trascurati spunti di collegamento diretto con la casata malatestiana, mostrando e commentando le immagini delle pezze d’armatura di Sigismondo Pandolfo, oggi conservate al Kunsthistorisches Museum di Vienna.

Nel complesso, possiamo certamente dire che l’iniziativa ha riscosso un pieno successo: i ragazzi hanno dimostrato un elevato livello di interesse ed attenzione, ravvivando i nostri interventi con numerose e pertinenti domande, circostanza che ci riempie di soddisfazione e ci conferma, ancora una volta, la reale efficacia degli approcci disciplinari innovativi che, consentendo un vero e proprio “salto nel quadro vivente della storia”, la fanno assaporare dal di dentro come esperienza coinvolgente ed emozionante, senza farla percepire come una materia da subire per mero dovere scolastico.

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Un ringraziamento particolare va tutto lo staff di Bookstones Edizioni per aver richiesto il nostro supporto e agli alunni del “Liceo Volta” per l’entusiastica partecipazione e gli scatti contenuti nel presente articolo.

Per organizzare iniziative didattiche analoghe nella vostra Scuola, inviateci una email: info@imagoantiqua.it

 

CLESSIDRE E CLEPSAMIE… FACCIAMO UN PO’ DI CHIAREZZA!
Le origini dei dispositivi portatili di misurazione del tempo tramite liquidi (clessidre) e polveri (clepsamie) non sono del tutto chiare.
Mentre la clepsydra – dal greco κλεψύδρα, comp. di κλέπτω «rubare» e ὕδωρ «acqua» – pare essere di origine egizia, le prime attestazioni iconografiche della clepsamia – neologismo – sono attribuite all’Italia del XIV secolo: Ambrogio Lorenzetti, nella fattispecie, l’ha ritratta in mano alla Temperanza, una delle sei figure allegoriche delle Virtù del Buon Governo che compaiono nel celebre ciclo di affreschi del Palazzo Pubblico di Siena, risalente al 1338-1339 [cfr. R. T. BALMER, The Operation of Sand Clocks and Their Medieval Development, Technology and Culture, Vol. 19, No. 4 (Oct., 1978), The Johns Hopkins University Press and the Society for the History of Technology, p. 616].

Numerosi e largamente indagati dalla critica sono i significati reconditi e le implicazioni filosofico-religiose richiamate dalle clepsamie, connesse alla condizione effimera e mutevole della vita umana (ad esempio, il tema ricorrente del memento mori), ma non è questa la sede opportuna per approfondire tali aspetti.

Sul piano della cultura materiale, che maggiormente interessa ai nostri fini, di certo gli orologi a polvere rappresentavano uno strumento di gran lunga più economico e semplice da realizzare, e quindi più diffuso nelle dimore dell’epoca medievale e rinascimentale, rispetto agli orologi meccanici, peraltro già documentati in Italia almeno dalla fine del XIV secolo; a questo ultimo proposito, si tenga conto che il sopravvissuto meccanismo della Torre campanaria di Sant’Andrea a Chioggia venne saldato nel 1386 [cfr. E. CAMPOREALE, Sugli orologi pubblici in Italia: presenze e rappresentazioni, in Atti e memorie dell’Accademia Toscana di Scienze e Lettere La Colombaria, Volume LXXV, Nuova serie – LXI, Anno 2010, pp. 217-218].

Possediamo, altresì, testimonianze sufficienti ad affermare con sicurezza che nella vita quotidiana le clepsamie fossero comunemente impiegate per scandire intervalli temporali ridotti ma ricorrenti, come la lunghezza delle omelie, dei tempi di cottura, dei turni di lavoro (es. nelle botteghe artigiane), delle lezioni universitarie, delle orazioni nelle corti di giustizia [cfr. S. GUYE & H. MICHEL, Time & Space: Measuring Instruments from the 15th to the 19th Century, Praeger Publishers: New York; Washington; London (1971), p. 262-266]; in campo medico, invece, è plausibile che fossero di ausilio nella misurazione del battito cardiaco, sulla scorta di quanto già sperimentato da Erofilo di Calcedonia, anatomista della Scuola d’Alessandria, vissuto a cavallo tra III e IV sec. a.C. [L. R. ANGELETTI e V. GAZZANIGA, Storia, filosofia ed etica generale della medicina, Elsevier Masson, Milano (2008), p. 25]
Non si può ovviamente omettere di citarne l’utilizzo a bordo delle imbarcazioni, per la misurazione dei tempi di navigazione, laddove le clessidre non potevano funzionare a dovere, a causa dell’azione disturbante del moto ondoso sui fluidi contenuti al loro interno.


RICOSTRUZIONE DI UNA CLEPSAMIA DEL XV SEC.

Quella che segue è una relazione sul processo di manifattura di una clepsamia del tardo Quattrocento che abbiamo inteso percorrere, passo dopo passo, con l’impiego di materie prime e processi artigianali realmente pertinenti al periodo.
Dopo aver passato in rassegna le fonti dirette e indirette a disposizione, si è optato per la riproduzione della tipologia ritratta nel San Girolamo di Van Eyck (1435 c., Detroit Institute of Arts), opera che già avevamo considerato per la riproduzione del leggio (CLICCA QUI) e di altri accessori legati all’esercizio della scrittura che verranno analizzati in futuri approfondimenti tematici.

VAN EYCK, "San Girolamo nel suo studio", 1435c (Detroit Institute)

VAN EYCK , “San Girolamo nel suo studio”, dettaglio;        1435 circa, Detroit Institute

La prima necessità è stata quella di realizzare in modo consono i recipienti vitrei. Il Balmer riferisce che fino alla metà del XVIII sec., le clessidre venivano realizzate soffiando in matrice due distinti recipienti che venivano uniti per il collo tramite un sottile diaframma, piatto e dotato di un piccolo foro al centro (orifizio); essi erano quindi uniti insieme con spago e il punto di giunzione era sigillato con stucco oppure cera, nel tentativo di tenere a bada l’umidità [cfr. R. T. BALMER, op. cit., pp. 625-626].

Passando alla fase operativa, abbiamo subito dovuto fare i conti con un dato di fatto: la maggioranza dei mastri vetrai odierni utilizza panetti di silice raffinata industrialmente, del tutto inadatta ad ottenere valve che mostrino in trasparenza le imprescindibili caratteristiche di bollosità e impurità tipiche del vetro antico. Il primo ostacolo presentatosi si è quindi rivelato anche il più ostico da superare… Non trovando nessuno disponibile a ovviare a questo problema e non volendo d’altra parte ripiegare su prodotti finiti di ampia reperibilità ma provvisti di vetro e polveri inadatti, ci siamo rivolti ad antiquari e collezionisti di anticaglie, individuando, dopo mesi di ricerche, una serie di ampolline singole di incredibile qualità, in quanto soffiate a canna in matrice da una bottega fiorentina di fine ‘800-inizi ‘900, adottando processi e materiali analoghi a quelli del pieno Medioevo. Tra esse sono stati selezionatei i due migliori esemplari per regolarità, colore e trasparenza.

Ampolline soffiate a mano

Ampolline soffiate

Ignorando cosa venisse precisamente impiegato al tempo come dispositivo di filtraggio della polvere (diaframma) – non sono state individuate fonti su questo dettaglio – abbiamo creato un tondello di pergamena caprina, conciata e trattata con sostanze naturali, largo circa 20 mm e spesso circa 1,5 mm, previamente forato nel centro con una lesina da calzolaio.

Foratura del diaframma in pergamena

Foratura del diaframma in pergamena

La qualità della polvere condiziona il buon funzionamento futuro dello strumento, pertanto occorre sceglierla con estrema oculatezza e testarla preventivamente all’unione definitiva delle due ampolline, in modo da non mandare a monte ore di lavoro!
La documentazione raccolta riporta l’uso di una grande varietà di sostanze differenti, alcune semplici e direttamente reperibili in natura, altre originate dalla mescolanza di più elementi: polvere di marmo, polvere d’argento, polvere di stagno, limatura di ferro, limatura di rame, piombo carbonizzato, sabbia veneziana (misto di stagno e piombo carbonizzati), cannella macinata, gusci d’uovo polverizzati, smeriglio fine, sabbia di fiume [cfr. R. T. BALMER, op. cit., p. 623].
Istruzioni tecniche per la realizzazione di una polvere per clessidra sono contenute nel Ms. Fr. 640 presso la Bibliothèque Nationale de France (titolo: Recueil de recettes et secrets concernant l’art du mouleur, de l’artificier et du peintreper), per quanto tale manoscritto in lingua francese, databile al XVI sec., rappresenti una fonte piuttosto tarda rispetto al nostro periodo di riferimento.
Al folio 10r si legge quanto segue: «Deve essere confezionata molto fine e non soggetta alla ruggine e con peso sufficiente per scorrere. Prendi 1 lb. [217] di piombo, fondilo, scremalo e purificalo dalla sporcizia, quindi versavi dentro quattro ℥ [ndr, once] di sale comune finemente macinato, prestando attenzione che non vi siano pietre o terra. Ed immediatamente dopo averlo versato, mescolalo di continuo e molto bene con un ferro [attrezzo] finchè il piombo e il sale siano completamente incorporati e toglilo immediatamente dal fuoco, mescoldando di continuo. E se ti pare troppo grezzo, frantumalo su una lastra di marmo e passalo ad un setaccio fine, poi lavalo tante volte quanto è necessario affinchè l’acqua diventi limpida, gettando via la polvere sottile che vi galleggerà in superficie, rinnovando l’acqua tante volte quanto necessario, finchè sarà completamente chiarificata».
E’ abbastanza evidente che, mentre la scelta del tipo di sostanza non risponde a regole ferree, il requisito fondamentale è che i granelli siano perfettamente regolari, senza dunque presentare angoli, in modo da assicurare uno scorrimento ottimale ed evitare di intasare il foro della membrana posta a separazione delle due ampolle.
Alla luce del materiale analizzato, per la nostra replica di clepsamia abbiamo optato per semplice sabbia tratta dal litorale riminese, considerata l’insolita regolarità e finezza della stessa.

Valve, diaframma, polvere: tutti gli elementi di base sono presenti. A questo stadio si procede con la simulazione del funzionamento, senza applicare collanti, tenendo insieme il tutto con il solo ausilio delle mani: si versa la quantità di polvere desiderata in una delle due valve e ponendo l’altra “testa contro testa”, con in mezzo il diaframma, si fanno combaciare perfettamente i tre fori. Rovesciando le valve, con la dovuta attenzione ovviamente, si misura il tempo totale di discesa della polvere, direttamente influenzato dalla grandezza dei grani e dalla dimensione delle ampolle. Agendo in questa maniera, compiuti i necessari adattamenti, nel nostro caso abbiamo ottenuto una durata totale di circa 20 minuti, la quale risulta in linea con quanto registrato per un originale al London Science Museum [cfr. R. T. BALMER, op. cit., p. 631].

Simulazione giunzione delle ampolline

Test di giunzione delle ampolline

Per la giunzione definitiva delle ampolline si è utilizzata della colla animale, avendo cura di consolidare il tutto con spago in canapa molto fine, anch’esso ben imbevuto nel collante e più volte ravvolto, a stretti giri, attorno alle imboccature.
Lasciato asciugare, si è passati a comporre una miscela di gesso marcio e colla animale nella proporzione di 3:1, poi applicata intorno allo spazio presente tra il restringimento delle valve e il diaframma: coperto interamente il viluppo di canapa su entrambi i lati, si procede in più mani, facendo rasciugare più volte il composto, fino a modellare il caratteristico “ringrosso” vagamente ovoide visibile negli originali e nelle iconografie, necessario per sigillare completamente gli interstizi e tenere quanto più possibile indenne da umidità la polvere posta all’interno.

Ampolline giunte con gesso marcio e colla animale

Giunzione definitiva con l’ausilio di gesso marcio e colla animale

Al termine, abbiamo fatto riposare il tutto per una notte. L’indomani, avendo notato la formazione di piccole fenditure nel ringrosso di gesso, abbiamo effettuato piccoli ritocchi, quindi lo abbiamo dipinto con tempera all’uovo di colore giallo ocra; una volta lasciato rasciugare, il lavoro è stato ultimato verniciando la superficie con albume misto ad olio di lino, alla maniera illustrata da Cennino Cennini nel CAP. CLVI de Il Libro dell’Arte [cfr.F. FREZZATO (a cura di), Cennino Cennini. Il libro dell’arte, Neri Pozza Editore, Vicenza (2009), p. 178]


La struttura esterna, fungente sia da sostegno che da protezione antiurto della parte vitrea, è stata commissionata ad uno dei più abili artigiani del legno presenti sulla piazza italiana, Ezio Zanini, già nostro fornitore di fiducia, il quale ha personalmente curato tutte le fasi di lavorazione di seguito riportate.

Analisi iconografica

Analisi iconografica

Particolare attenzione è stata riservata alla lettura dell’immagine di riferimento, per valutare le proporzioni e dimensioni del manufatto:

  • si è notato un errore di prospettiva che porta ad un disallineamento tra la visione dell’asta posteriore sinistra e il suo riferimento visibile di piatto sulla superficie superiore della clessidra;
  • abbiamo preferito immaginare, quindi, erroneamente raffigurata la distanza tra il vetro e la parete sinistra della clessidra stessa, ipotizzando più corretta la distanza ravvisabile sulla destra e sulla parte frontale dell’oggetto;
  • l’analisi delle delle varie stecche orizzontali, rappresentate da tre strisce di colori differenti, ci ha indotto a credere che la sezione di ogni singola stecca potesse essere esagonale, in analogia del resto ad altri riscontri iconografici e originali.
Stecche dei montanti

Sbozzatura delle stecche dei montanti

I piccoli montanti verticali a sezione esagonale sono stati realizzati a mano; si è scelto il legno di acero, in quanto permette la realizzazione di intagli minuti, essenza in effetti ben attestata per tali lavori anche in mobilio ed altri manufatti dell’epoca.

Tutte le componenti della clessidra sono state realizzate a mano.

Preparazione dei singoli componenti

Preparazione dei singoli componenti

Intaglio degli incassi atti ad accogliere le varie componenti del manufatto.

Intaglio degli incassi atti ad accogliere gli elementi strutturali

Assemblaggio di prova

Assemblaggio di prova

Per cerare ed impermeabilizzare a dovere tutte le parti lignee della clessidra, s’è preferito procedere prima dell’assemblaggio definitivo, saltando i punti in cui la colla doveva penetrare al meglio nelle fibre del legno; nel contempo si sono effettuati dei forellini e dei tagli sui piccoli montanti, lavorazione preliminare all’inserimento dei “cunei di fissaggio”, atti ad evitare il pericoloso propagarsi di fenditure lungo le venature delle stecche.

Lavorazioni al test di assemblaggio

Ultime lavorazioni

Assemblaggio definitivo con cunei e stecche

Assemblaggio definitivo con cunei e stecche

MANUFATTO FINITO

MANUFATTO FINITO


Ringraziamo sentitamente l’amico Ezio Zanini (www.viduquestla.it) per il supporto offerto nella realizzazione della replica in oggetto e per gli scatti del work-in-progress.

Articolo di ANDREA CARLONI (2017)

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