Presso la Rocca di Gradara(PU) la scorsa Domenica 3 Dicembre si è svolto GRADART: Rocca senza frontiere, un evento multisensoriale organizzato in occasione della “Giornata internazionale delle persone con disabilità 2023” che ha coinvolto diversi gruppi storici e reenactors.
Una delegazione dell’Ass. Cult. IMAGO ANTIQUA, presente in abiti del tardo XV secolo, ha allestito una piccola postazione dedicata all’ambito nobiliare all’interno della cosiddetta “Sala dei Putti”.
Numerosi e molto interessati i gruppi di visitatori accorsi, nonostante le condizioni meteo non ottimali.
Si ringrazia sentitamente Gradara Innova per l’ingaggio e la cortese concessione di alcune immagini poste a corredo di questa notizia.
Gli scatti ritraenti il nostro allestimento sono visionabili su FLICKR
Domenica 24 settembre u.s., nell’ambito delle Giornate Europee del Patrimonio 2023, tra le rovine della Rocca di Manerba del Garda (BS), il Museo Civico Archeologico della Valtenesi ha organizzato un evento all’insegna del gioco e dell’artigianato dell’epoca tardomedievale, in collaborazione con l’Associazione Culturale Valtenesi ONLUS.
La manifestazione, denominata “SAPERI E SAPORI”, si è svolta dalle ore 11.00 alle ore 19.00 ed ha registrato, come di consueto, un ampio afflusso di pubblico italiano ed estero che si è lasciato coinvolgere in un mondo fatto di musiche, sapori, giochi e sfide avvincenti, cimentandosi in diverse attività e laboratori didattici.
Su incarico della Dott.ssa Brunella Portulano, direttrice del Museo citato in premessa, IMAGO ANTIQUA ha presentato la figura del rigattiere di abiti usati, balestriere, coltellinaio e merciaio nella seconda metà del Quattrocento.
Gli scatti del nostro mercato storico-didattico sono visionabili su FLICKR
Articolo di MARCO VIGNOLA Pubblicato il 22.07.2023; tutti i diritti riservati.
Correva l’anno 1474 quando nella Milano sforzesca fu avviata una riforma che costituì una tappa fondamentale per la storia della monetazione cittadina, ma non solo. Infatti, dopo la recente esperienza della “lira Tron” veneziana del 1472, il grossone milanese da 20 soldi rese “concreta” e coniata la lira, che fino a quel momento era stata soltanto un nominale di conto.
Vennero così alla luce i cosiddetti “testoni”, che ritraevano il duca Galeazzo Maria Sforza con eccezionale livello di dettaglio, alla pari della migliore medaglistica del periodo.
Piero del Pollaiolo, Ritratto di Galeazzo Maria Sforza, Galleria Nazionale degli Uffizi (1471; fonte Wikipedia).
Al dritto di questa grande moneta, oltre alla folta chioma del signore, risaltano l’armatura in piastre (sulla parta alta del suo busto è ben visibile lo spallaccio) e il collo fasciato da un gorzarino di maglia, secondo la prassi militare del periodo. Al rovescio compare invece l’antico blasone visconteo, sormontato dal cimiero ducale con il drago alato e accostato da G3′ – ‘M; con i tizzoni e secchie. Si tratta, beninteso, di una moneta piuttosto massiccia, con un diametro intorno ai 29 millimetri ed un peso di circa 9,78 grammi al titolo di 962/1000, molto elevato per l’epoca, la quale, oltre a celebrare il duca quasi comparandolo alle gloriose figure della Roma imperiale, testimonia egregiamente il dinamismo economico raggiunto dall’Italia nel secondo Quattrocento.
Dritto e rovescio di un testone da 20 soldi di Galeazzo Maria Sforza (1474-1476; collezione privata e foto dell’autore).
Sempre in ambito milanese, la versione più leggera e sottile del testone, del valore di 10 soldi, condivideva il tipo del ritratto ducale con la “sorella maggiore”, ma al rovescio mostrava lo stemma sforzesco affiancato dalle iniziali del duca.
Dritto e rovescio di un mezzo testone da 10 soldi di Galeazzo Maria Sforza (1474-1476; collezione privata e foto dell’autore).
Non è questo il luogo per dibattere circa l’opinione di alcuni studiosi che videro in tali monete lo spartiacque tra monetazione medievale e moderna: tuttavia, l’esperienza milanese fece sicuramente scuola e a breve volgere seguirono Ferrara, il ducato di Savoia e molte altre signorie minori.
Per quanto le monete giacciano perlopiù nascoste nel fondo delle scarselle e dunque non appaiano in scenari ricostruttivi con la stessa evidenza di abiti, armamenti, suppellettile etc., è comunque indiscutibile che anche questi piccoli dischetti metallici possano aggiungere una tessera al più variegato mosaico della rappresentazione del passato. A ben guardare, erano a tutti gli effetti parte integrante della vita quotidiana e plastico riflesso del governo che le aveva prodotte, oltre a preziosi manufatti che dal Rinascimento assorbirono il gusto artistico, tramandandolo fino a noi grazie alla serialità della coniazione.
Dischiudere la scarsella per mostrare al pubblico monete rappresentative dell’epoca ricostruita, può dunque rappresentare uno step ulteriore nella divulgazione storica, specialmente in contesti museali o dove l’interazione col pubblico sia più lunga e ravvicinata, come nei mercati.
Ricostruzioni di monete del tardo XV secolo, impiegate negli eventi didattici di IMAGO ANTIQUA
Per una recente sintesi sulla zecca di Milano, si consiglia la pubblicazione relativa alle monete del medagliere di Vittorio Emanuele III (Bollettino di Numismatica, 43), disponibile on-line QUI
Dalle citazioni di camicie rinvenute da Oreste Delucca in inventari relativi a case cittadine del territorio riminese, spaziando dal 1430 al 1500 circa, emerge sovente una distinzione tra camicia da uomo, da donna o da bambino/a, tuttavia non è agevole ricostruire documentariamente le caratteristiche dell’una o dell’altra.
Cfr. O. DELUCCA, La casa riminese nel Quattrocento. La casa cittadina, vol. 2, Stefano Patacconi Editore, Rimini (2006), p. 1904
Per via iconografica siamo in grado di desumere una lunghezza differente: nel caso dell’uomo è raro che scendesse oltre il ginocchio, mentre per le donne di norma arrivava fino alle caviglie. In entrambi i sessi la camicia fa capolino allo scollo e ai polsi e, laddove presenti, fuoriesce più o meno abbondantemente dalle “finestrelle”, aperture nell’abito poste lungo gli avambracci, in corrispondenza dei gomiti, delle spalle oppure dell’incavo delle ascelle.
Le maniche sono più o meno aderenti, variando anche in ragione della foggia dell’ “abito per di sopra”, poichè la presenza di finestrelle richiede un maggior panneggio; nel Sud Italia, a Napoli in particolare, dove più forte fu l’influsso della moda ispano-moresca, si giunse alle esagerazioni più evidenti in larghezza [1].
I documenti ci aiutano a chiarire quali fossero i tessuti in cui erano usualmente confezionate le camicie: si tratta di lino, canapa o cotone (non pervenuta la seta, almeno allo scrivente). Secondo i nostri progenitori, le prime due fibre menzionate erano ritenute le più adatte in assoluto per via della connaturale proprietà di “immunizzare” chi le indossava; addirittura, era grazie ad esse che l’uomo poteva preservarsi “vigoroso nel seme” [2].
Piero della Francesca, Sollevamento della Croce, c. 1466, Basilica di San Francesco, Arezzo (fonte: www.travelingintuscany.com)
Rosita Levi Pisetzky, un’autorità nel campo del costume antico, scrive che nel Quattrocento «le camicie dei ricchi, soprattutto verso la fine del secolo, sono di finissima tela ‘de olanda subtile’, di rensa (ndr, deriva dalla città di Reims) o di Cambrai (ndr, città francese posta all’estremo nord-est, quasi al confine con il Belgio), si ornano di increspature al collo e ai polsi, e di liste d’oro, o di quei caratteristici ricami neri che fanno data. Proprio nell’ultimo decennio abbiamo qualche primo esempio di trina» [3].
In ambito sforzesco si documenta anche la tela renana (“del Reno”, quindi tedesca): nel corredo di Drusiana Sforza (1463) compaiono 40 camicie con questo tessuto, mentre sono ben 90 quelle appartenute a Bianca Maria Sforza (1493) [4].
Qualità e resistenza erano le priorità ricercate in questo indumento, per quanto i filati fossero più o meno raffinati, sottili o trasparenti, a seconda delle condizioni sociali.
Maestro delle Storie di Griselda, Storie della paziente Griselda (dettaglio), 1494 circa, National Gallery di Londra (inv. NG913)
Secondo Ornella Morelli, nel caso della gioventù maschile, in special modo a fine ‘400, alcuni commentatori attestano l’utilizzo di un tessuto più spartano e ruvido (“tela da sciugatoi”), una variante che, in conformità a certi canoni di educazione del tempo, avrebbe contribuito a rafforzare lo stereotipo di virilità maschile. Osserva inoltre la studiosa «(…) la camicia appare come una tipica faccenda familiare. E’ infatti al riparo dalle mura domestiche che sembra si compia, tutto o in gran parte, il suo ciclo di lavorazione. “Per meglio servire le necessità virili” esso inizia dalla “compera” della matassa di lino, prosegue con le operazioni squisitamente casalinghe della filatura e tessitura e si conclude infine con la costruzione diretta o indiretta del capo, affidata talora alla diligenza di serve e “ischiave tenute per cucire” oppure “ordinata” di fare a non meglio identificati operatori esterni, anche se sempre sotto la “industria e sollecitudine”, la “discrezione e vigilanza” delle madri di famiglia e delle “femine di casa”» [5].
Nel corso del XV secolo, le camicie, sia maschili che femminili, in Italia si presentano in maggioranza piuttosto sobrie. Laddove presenti, con maggior enfasi nel momento del passaggio di secolo, decori ed abbellimenti si sostanziano in ricami (dorati, colorati o neri), intrecci di fili dorati o serici e trine/merletti. L’ingresso nel pieno Rinascimento registra un incremento in termini di increspature ai polsi e allo scollo: come osservato dal Polidori Calamandrei, ciò gradualmente porterà allo sviluppo delle “gorgere” [6].
La camicia di Maria Maddalena ritratta da Carlo Crivelli nel 1480 c. (Rijksmuseum di Amsterdam, inv. SK-A-3989) esibisce delicate trine a traforo.
Si tratta di un leitmotif di questo artista, considerato che si trova anche in un’altra Maddalena, quella del Polittico di Montefiore, datato 1472 (Convento di S. Francesco, Montefiore dell’Aso, prov. AP).
Un altro probabile esempio di trine è rappresentato da Domenico del Ghirlandaio nel Ritratto di donna con paesaggio datato 1480-1485 c. (Lindenau-Museum di Altenburg).
E’ ricamata allo scollo, con leziosi motivi in semitrasparenza, la camicia indossata da Lucrezia, moglie di Collatino, nella tavola realizzata da Ercole de’ Roberti e Giovan Francesco Maineri nel 1490 c. (Galleria Estense di Modena).
Tre camicie ricamate da bimbo/a databili ai primi decenni del ‘500 sono conservate presso il Museo del Tessuto di Prato. Lo stile dei ricami è ispano-moresco, documentabile anche nel tardo XV in alcuni corredi. Nel primo caso il filo usato per il ricamo è la seta rossa, nel secondo si tratta di cotone rosso e nel terzo di cotone blu; li si può osservare QUI[7].
Oltralpe, in particolare nell’area germanica, le plissettature erano molto frequenti nelle camicie. Nell’Autoritratto di Durer del 1498, conservato al Museo del Prado di Madrid notiamo un caso di banda ricamata dorata, realizzata a parte e quindi applicata ad una camicia finemente plissettata.
Una testimonianza importante sul piano delle fonti dirette è costituita dai resti tessili rinvenuti presso il Castello di Lengberg, nel Tirolo Orientale, analizzati nel dettaglio da Beatrix Nutz (vedi QUI l’articolo How to pleat a shirt in the 15th century).
Note bigliografiche
[1] R. L. PISETZKY, Storia del costume in Italia, vol. II, Istituto Editoriale Italiano, Milano (1964), p. 285
[2] O. MORELLI, Fogge, ornamenti e tecniche. Qualche appunto sulla storia materiale dell’abito del Quattrocento, in Il costume al tempo di Pico e Lorenzo il Magnifico, a cura di A. FIORENTINI CAPITANI, V. ERLINDO e S. RICCI, Edizioni Charta, Milano (1994), p. 83
[3] R. L. PISETZKY, ivi, p. 363
[4] F. MARANGONI, XV secolo. L’abbigliamento femminile in Italia, Il Cerchio, Rimini (2016), nota 12 a p. 80
[5] O. MORELLI, ivi, p. 82
[6] E. POLIDORI CALAMANDREI, Le vesti delle donne fiorentine nel Quattrocento, Soc. An. Editrice “La Voce”, Firenze (1924), p. 102
[7] AA.VV., Tessuti serici italiani 1450-1530, Electa, Milano (1983); catalogo della mostra tenutasi al Castello Sforzesco di Milano dal 9 marzo al 15 maggio 1983, p. 149
La maggioranza dell’oro e buona parte dell’argento usati in età medievale venne riciclata da epoche del passato e molte delle gemme erano probabilmente sopravvivenze del mondo antico. La stessa caduta dell’Impero Romano d’Occidente decretò un’apprezzabile redistribuzione delle “ricchezze portatili”, categoria alla quale i gioielli senz’altro appartengono, analogamente a quanto si registra per i cambiamenti che interessarono la dimensione politica e culturale.
Sovrani e nobili indossavano oro o argento, spesso adornati da costose pietre preziose; i ceti più umili, invece, perlopiù attingevano a metalli di base, come rame o peltro, talvolta montati con vetro colorato, a imitazione delle gemme.
Smalti e pietre conferivano colore ai monili, per quanto vedremo come diverse tra le seconde venissero valutate soprattutto per il loro intrinseco potere talismanico, reputato una valida difesa contro malattie e pericoli di varia natura; perle macinate e polvere d’oro erano occasionalmente usate in campo medico, anche se, a dire il vero, ciò era valido solo per l’elite.
Erano parimenti apprezzati anche i gioielli decorati con iscrizioni magiche, per quanto spesso di significato criptico, in quanto si pensava fossero in grado di proteggere chi li indossava.
I preziosi, dunque, rivestivano un ruolo molto più di spicco e diversificato che non nei tempi odierni: seguirà un breve excursus sulle principali tematiche legate alla gioielleria tardomedievale, nonché l’indicazione di alcune schede di approfondimento disponibili in rete in merito a rilevanti reperti del Quattrocento italiano ed europeo conservati nei musei di tutto il mondo.
TESORI DEL XV SECOLO
Sono noti cumuli medievali di monili d’oro e d’argento sparsi un po’ ovunque in Europa.
In Francia e Germania sono stati rinvenuti numerosi tesori databili intorno al 1340-1350, un periodo che può essere posto in relazione con la terribile epidemia nota con il nome di “Peste Nera”, che imperversò in lungo e largo in Occidente in quegli anni.
Tesori del XV secolo come quello ritrovato a Fishpool (Nottinghamshire, Inghilterra), interamente composto d’oro, o quello ritrovato a Chalcis (Eubea, Grecia), perlopiù in oro e argento dorato, vennero probabilmente nascosti in tempi di guerra dai loro ignoti proprietari e potrebbe trattarsi di gioielli appartenuti a più di una persona.
Il tesoro aureo di Fishpool (clicca QUI) include gioielli montati con pietre preziose ed altri decorati con incisioni e smalto, negli stili tipici del Nord Europa, specialmente francesi e inglesi. Tale patrimonio, comprendente 1.237 monete d’oro, fu seppellito nel primissimo 1464, durante la Guerra delle Rose. La sua ricchezza mostra che i relativi possessori erano eccezionalmente agiati, forse mercanti o membri della nobiltà catturati in battaglia.
Anche il tesoro di Chalcis (clicca QUI) si è preservato a causa di un conflitto. Quando vennero minacciati dall’invasione dei Turchi nel 1470, gli opulenti abitanti veneziani di Chalcis, nell’isola greca di Eubea, situata nel Mediterraneo, celarono i propri valori nel castello. Venuti alla luce nel XIX sec, i monili di Chalcis sono oggi divisi tra il Bristish Museum di Londra e l’Ashmolean Museum di Oxford: questo “tripudio d’argento” (spille, bottoni, cinture e anelli), è diretta testimonianza delle ricchezze acquisite tramite il commercio con Venezia e Bisanzio. Un gran numero di manufatti è adornato da gemme oppure reca incisioni, altri sono lavorati a niello, filigrana o smalto, decorazioni in larga parte tipiche del Sud Europa e forse realizzate a Venezia.
I metalli preziosi impiegati in oreficeria variarono leggermente nel tempo, riflettendo la loro disponibilità.
Nel XII e nel XIII secolo i gioielli in argento sembrano essere stati molto più comuni di quelli in oro, sebbene con l’arrivo del XV secolo l’impiego di quest’ultimo divenne assai più usuale, parallelamente al revival in Europa della monetazione aurea (a integrazione dell’argentea), che in Italia si documenta almeno a partire dal 1250 circa con la coniazione del ducato, del genovino e del fiorino.
Consideriamo ora alcune lavorazioni artigianali tipiche delle botteghe orafe medievali.
CENNI SUL NIELLO
Il termine niello deriva dal latino nigellum (= nerastro). Si tratta di una mistura di solfuro metallico di colore nero includente zolfo, rame, argento e spesso anche piombo. La tecnica di niellatura prevede che la superficie sia prima incisa a bulino, quindi cosparsa con la lega predetta, finemente macinata: trattandosi di un composto che fonde a bassa temperatura, esso viene riscaldato per eliminare il superfluo accumulatosi al di fuori dei solchi, facendo così emergere le linee nere del disegno sottostante.
Pendente, Nord Italia (?), 1450-1500 c., Metropolitan Museum (inv. 17.190.968), clicca QUI Finale di cintura, Italia, 1450-1500 c., British Museum (inv. 2004,U.4), clicca QUI Fibbia di cintura, Italia, 1400-1500 c., British Museum (inv. AF.2851.a), clicca QUI
Replica di fibbia e terminale da cintura lavorati a niello, provenienti dal Tesoro di Chalcis (Italia, forse Venezia, tardo XV sec., British Museum, inv. AF.2851.d); creazione LABORTEMPORIS su commissione Ass. Cult. IMAGO ANTIQUA
CENNI SUGLI SMALTI
La manifattura degli smalti richiede grande abilità, a fronte di un esborso finanziario limitato, in quanto sostanzialmente si tratta di vetro macinato e surriscaldato ad alte temperature, applicato direttamente sulla superficie metallica. Nel Tardo Medioevo si registrano essenzialmente tre diverse tecniche di smaltatura.
1) smalto champlevé (= “a fondo rialzato”): tecnica che prevede l’uso di smalto opaco. Dal XII secolo il centro di eccellenza fu Limoges, nella Francia sud-occidentale. Il metallo viene innanzitutto inciso a fondo, creando alveoli/cavità che vanno a comporre un disegno, quindi si passa a cospargerlo di vetro finemente macinato dai colori vivaci e infine lo si scalda; le parti non scavate della superficie originale, solitamente dorate nel Medioevo, rimangono visibili come contorno dei disegni smaltati.
Bacio della pace, Italia, 1485-1500 c., Museo del Louvre (inv. OA 5562), clicca QUI Placca del Maestro Monverni, Francia (Limoges), 1480-1490 c., V&A Museum (inv. C 143-1911), clicca QUI Ornamento di bardatura equestre, Spagna, 1420-1500 c., V&A Museum (inv. M 25-1954), clicca QUI
2) smalto basse taille (= “a basso rilievo”): tecnica realizzata con smalto traslucido, inventata nell’ultimo quarto del XIII secolo. La superficie del gioiello d’oro o argento è incisa a varie profondità, quindi viene ad essa sovrapposto uno strato di smalto colorato, conferendo un effetto scintillante che nessun orafo moderno ha mai superato.
Dittico, Germania Settentrionale, 1450-1480 c., V&A Museum (inv. 213-1874), clicca QUI Medaglione con scena della Crocifissione, Francia, 1415-1425 c., Museo del Louvre (inv. MR 2606), clicca QUI Pendente a trittico con scena della Natività, Francia, 1460-1500 c., Cleveland Museum of Art (inv. 1947.508), clicca QUI
3) smalto en ronde bosse (= “a tutto tondo”): tecnica basata sull’utilizzo di uno spesso strato di smalto traslucido oppure opaco (più comunemente il secondo). Fu perfezionata in Francia nel tardo XIV secolo ed è ideale per le lavorazioni a tutto tondo, ossia per gioielli tridimensionali trattati come sculture in miniatura. Le corti di Francia e Borgogna videro un grande numero di opere commissionate con questa tecnica, soprattutto intorno al 1400 ma apparentemente anche nel secondo quarto del secolo.
Spilla, Europa, 1400-1450 c., V&A Museum (inv. M 1-2020), clicca QUI Statuetta ritraente S. Caterina d’Alessandria, Francia, XV secolo, Metropolitan Museum (inv. 17.190.905), clicca QUI Anello, Francia-Borgogna, 1450 c., Metropolitan Museum – Griffin Collection, clicca QUI
PROVENIENZA DI PIETRE E GEMME
Venezia e Genova erano notoriamente porti fondamentali, in quanto dominavano le rotte commerciali verso Costantinopoli (l’odierna Instabul) e l’Oriente, fonte delle gemme più prestigiose (quelle rosse, blu e verdi erano le più ricercate). La lista che segue offre una visione sintetica dei principali paesi di importazione.
AFGHANISTAN ► rubino spinello (rubino di basso livello e di minor valore, color rosso spento/rosato, citato nelle fonti come “balano” o “balascio”);
SRI LANKA ► rubino corundum (varietà più rinomata e costosa, color rosso intenso, di durezza quasi pari al diamante) ► zaffiro
PERSIA/TIBET ► turchese
INDIA ► rubino corundum ► smeraldo ► diamante
MYANMAR (BURMA) ► rubino corundum
EST EUROPEO ► opale ► granato
GERMANIA ► ametista
ITALIA + PAESI MEDITERRANEI ► corallo ► perle
NORD EUROPA ► ambra ► cristallo ► perle di piccoli bivalvi
Originali e repliche di “anelli-sigillo” ed altri “a castone” con pietre semipreziose; proprietà Ass. Cult. IMAGO ANTIQUA.
CARETTERISTICHE DI BASE DELLE GEMME
Nell’oreficeria medievale le pietre preziose venivano scelte in ragione di tre proprietà peculiari:
* colore
* dimensione
* virtù (proprietà medicali o magiche ritenute connaturali alle stesse).
VIRTU’ DI GEMME E PIETRE
Le gemme sono sempre state considerate talismani naturali per via della brillantezza, del colore o della durezza.
Nel Medioevo, così come nelle epoche successive, si riteneva che esse possedessero diverse potenti qualità, sia di tipo medicale che magico. Alcuni testi enciclopedici denominati “lapidari” offrivano una descrizione sistematica delle differenti pietre preziose e semi-preziose, in funzione della specifica origine, apparenza e virtù. Tra i testi più noti pervenuti si possono citare la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio (I sec. d.C.) ed il Liber Lapidum di Marbodo, vescovo di Rennes (XI sec. d.C.).
Segnalando solo le gioie e pietre più importanti, considerando anche l’apporto di altri scrittori, risulta quanto segue:
– il diamante (dal greco adamàs = invincibile) conferisce coraggio e protegge contro gli incubi;
– lo zaffiro possiede qualità raffreddanti (efficace contro eccessiva sudorazione, emicranie ed ulcere), protegge la vista, evita la balbuzie, favorisce castità, pace e riconciliazione, potenzia l’accoglimento delle preghiere, espelle invidia, rivela frodi e stregonerie, cura il morso dei serpenti (secondo Marbodo era adatto ai sovrani);
– il rubino mantiene in buona salute, disperde i cattivi pensieri, riconcilia le discordie, contrasta la lussuria;
– lo smeraldo cura l’epilessia e le malattie degli occhi;
– il turchese protegge dai veleni e previene le cadute da cavallo;
– la bufonite, di colore giallo-verde, si riteneva efficace per curare le malattie renali e sicuro talismano di felicità terrena (cfr. Johannes de Cuba, Hortus Sanitatis, 1498); a parere di alcuni era utile anche contro i veleni. Secondo un’antica credenza era estraibile dal cranio dei rospi, ma in realtà si trattava del dente di un pesce fossile del Giurassico inferiore chiamato “lepidote”, estintosi circa 200 milioni di anni fa.
MONTATURE
La forma irregolare di molte gemme levigate logicamente rappresentava una sfida per l’orafo che si trovava ad elaborarne la montatura. Per secoli la soluzione fu quella di assicurarle ad una semplice striscia di metallo continua che le avvolgesse oppure di racchiuderle in una semplice montatura ad artiglio a 4 o 5 rebbi, talvolta astutamente camufatta con motivi a fogliame.
Anello con zaffiro, Europa Occidentale, XV secolo, V&A Museum (inv. M 180-1962), clicca QUI
Con la fine del XIV secolo fu introdotta una montatura smerlata ornamentale. Nei documenti inglesi talvolta si trova citata come “panse” (= pansè, viola del pensiero), senza dubbio per la sua somiglianza ai petali di un fiore.
Anello con zaffiro di William Wytlesey, Inghilterra, 1362-1374 c., V&A Museum (inv. M 191-1975), clicca QUI
Le perle erano normalmente forate e quindi cucite sul vestiario oppure infilate in minuscoli bastoncelli protundenti dal corpo metallico del gioiello. Erano spesso montate a gruppi di 4 o 5 elementi.
Corona Palatina, Europa Occidentale, 1370-80 c., Schatzkammer di Monaco, clicca QUI
TAGLIO DELLE GEMME
Le gemme erano più comunemente utilizzate in una semplice forma arrotondata (chiamata cabochon) e lucidata, spesso lasciando superfici convesse irregolari.
Alcuni sostengono che il taglio iniziò probabilmente a svilupparsi in Europa a partire dal 1200, per quanto sia raro imbattersi in pietre sfaccettate, sia nei documenti scritti che nelle raffigurazioni, prima del 1300 circa. Sta di fatto che fino al XV secolo le pietre non furono oggetto di tagli elaborati, in quanto ciò risultava impossibile per il bagaglio tecnologico e l’attrezzatura al tempo disponibile in Europa; secondo alcuni, è nondimeno necessario considerare l’ipotesi che le pietre venissero importate dall’Est già tagliate.
Il processo di sfaccettatura potrebbe essere stato elaborato fissando la gemma ad una lastra, facendola venire a contatto con una ruota da taglio, montata sul fuso di un trapano a tornio. La modalità di foggiatura più plausibile si baserebbe sull’abrasione: è ragionevole che la predetta ruota fosse costruita con un materiale più tenero rispetto alla pietra da trattare (es. bronzo o ferro), cospargendola tuttavia con una mistura di olio e sostanze abrasive, ad esempio la polvere di smeriglio; operando le dovute inclinazioni, la frizione prodotta dalla ruota rotante contro la pietra avrebbe verosimilmente dato origine al taglio desiderato.
Alcune gemme, come il granato, erano impiegate sic et simpliciter, ossia sfruttando la forma cristallina naturale, già sfaccettata.
Granato naturale, clicca QUI Pendente con rubino, zaffiro, perle e granati – Germania, 1450-1475 c., V&A Museum (inv. 4561-1858), clicca QUI
Lo stesso diamante – che a causa della sua proverbiale durezza è notoriamente il più difficile da tagliare – all’inizio venne praticamente lasciato nella sua forma naturale di ottaedro (8 facce). Esso era semplicemente diviso in due metà per formare due pietre appuntite (spesso erano montate su anelli).
Diamante naturale, clicca QUI Anello con diamante naturale, Europa, 1400 c., V&A Museum (inv. M. 188-1975), clicca QUI
Durante il XIV e XV secolo il trattamento dei diamanti iniziò a diversificarsi. Dapprima, la punta del cristallo naturale venne asportata, dando origine ad una superficie piatta; dal Quattrocento in poi si svilupparono progressivamente il taglio a losanga, il taglio dorsale ed il taglio a rosetta.
Esemplificazione dei vari tagli dei diamanti, clicca QUI
Gioiello da testa ricostruito sulla base di un ritratto del Duca di Borgogna noto come “Giovanni senza paura” (Scuola Olandese, 1415 c., Koninklijk Museum voor Schone Kunsten, inv. 540); creazione AGENOR, proprietà Ass. Cult. IMAGO ANTIQUA.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
– M. CAMPBELL, Gold, silver and precious stones, in English medieval industries. Craftsmen, techniques, products, a cura di J. Blair e N. Ramsay, The Hambledon Press, London – New York (1991), pp. 107-166;
– M. CAMPBELL, Medieval Jewelry in Europe 1100-1500, V&A Publishing, London (2009);
– P. VENTURELLI, Gioielli e gioiellieri milanesi. Storia, arte, moda (1450-1630), Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo (1996);
– A. WARD – J. CHERRY – C. GERE – B. CARTLIDGE, Rings through the ages, Rizzoli, New York (1981).
LA GUERRA NEL SECOLO DI SIGISMONDO. Armature e protezioni
Cinema Teatro Tiberio Via San Giuliano n. 16 – 47921 Rimini
Evento organizzato dall’Associazione Culturale IMAGO ANTIQUA, in collaborazione con FAMALEONIS APS e Renzo Semprini (vincitore del “Torneo in Armatura” edizione 2022).
Con il patrocinio del Comune di Rimini.
L’epoca delle Signorie si contraddistinse per una conflittualità senza precedenti che coinvolse l’intera penisola. Nel XV secolo gli armati disponevano di un’ampia gamma di protezioni, delle quali l’armatura di piastre rappresentò l’apice evolutivo, sia sotto il profilo dell’efficienza che dell’ergonomia.
Il cinema ha spesso diffuso lo stereotipo di un “omino di latta” addobbato in modi improbabili, impedito nei movimenti di base e goffamente issato sulla propria cavalcatura: prendendo le mosse dalle testimonianze pervenute, tenteremo di sgretolare una volta per tutte tali mistificazioni della realtà storica.
Soffermandoci su quanto accadeva sui campi di battaglia nel secolo di Sigismondo Pandolfo Malatesta, il pubblico avrà occasione di assistere dal vivo alla vestizione dell’armatura completa da uomo d’arme, osservando i passaggi effettivamente in uso all’epoca, partendo dall’abbigliamento sottostante.
Adulti e bambini verranno invitati a porre quesiti, godendo di una visione a largo spettro della dimensione bellica del tardo Quattrocento, scendendo idealmente tra le fila dei cavalieri e delle fanterie specializzate.
Sarà inoltre possibile operare confronti tra esemplari originali e repliche di qualità museale, appositamente in mostra per l’occasione, cogliendo il livello di accuratezza che è possibile esprimere attraverso la Ricostruzione Storica, attività fondante del sodalizio promotore dell’iniziativa.
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