Articolo di MARCO VIGNOLA
Pubblicato il 04.12.2025; tutti i diritti riservati.

Francesco Missaglia dei Negroni da Ello, figlio del noto Tommaso e fratello dell’altrettanto celebre Antonio, malato ormai da tempo, il 24 agosto 1469 dettò al notaio Iacobino de Brena il proprio testamento, giunto a noi in una copia autentica probabilmente seicentesca.

Uomo di provata fede (come testimoniato dai numerosi legati “pro anima” destinati a opere religiose e in particolare a una costruenda cappella di famiglia in Santa Maria in Beltrade), tra i vari passaggi delle sue ultime volontà egli destinò un paio di capi in tessuti preziosi alla realizzazione di due palli liturgici.
Tale pratica, già ben nota agli addetti ai lavori, trova precisi riscontri nella sartoria di numerosi paramenti giunti fino ai nostri giorni, ma le precise descrizioni del testamento in oggetto risultano comunque piuttosto interessanti.

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CONSULTA ONLINE gli scatti di Andrea Carloni dedicati alla mostra “Fili d’oro e dipinti di seta. Velluti e ricami tra Gotico e Rinascimento” (2019, Castello del Buonconsiglio, Trento)

In entrambi i casi Francesco donava una giornea (iornea) perché venisse riadattata a pallio (pallium). La prima veniva descritta come “ducali ab arco” con divise araldiche ad essa applicate (cum divisiis super ea exitentibus). Poco chiaro mi risulta il senso di “ab arco” in tale contesto, ma non si può escludere un errore di trascrizione da parte del copista, per quanto sembri confermata la sua natura di veste araldica con qualche impresa ducale applicata.

Era questo certamente il caso della seconda giornea destinata a Santa Maria in Beltrade, per la quale si parla chiaramente di un donativo dello stesso duca di Milano e di armi ducali ed un cimiero ivi ricamato, verosimilmente corrispondente all’impresa ducale del cimiero col drago crestato impresso su molte monete sforzesche.

Cimiero su Testone di Galeazzo Maria Sforza

La vicinanza della famiglia Missaglia alla casa ducale, d’altro canto, risulta pienamente conclamata già dai tempi dell’amicizia diretta e personale di Tommaso Missaglia col duca Francesco Sforza; contiguità poi mantenuta dal figlio Antonio fino alla sua morte. Per quanto figura certamente meno nota nell’alveo della dinastia, anche Francesco era parte integrante dell’atelier Missaglia, condividendo la residenza con Antonio e rappresentando la bottega paterna alla corte di Francia, presso la quale nel 1468 si recò di persona per consegnare al re l’armatura commissionata, ricevendone in omaggio 12 tazze d’argento citate nello stesso inventario.

La presenza di una giornea araldica donata dal duca tra i beni testamentari, pertanto, potrebbe riferirsi proprio a questo viaggio in terra francese, ove poco prima di morire Francesco ebbe il compito di rappresentare non soltanto l’eccellenza della bottega di famiglia, ma più in generale quella di Milano e del suo duca.

La pagina iniziale del testamento originale, parzialmente trascritto dal nostro paleografo e membro Marco Vignola

Milano, Archivio Luoghi pii elemosinieri, Araldico-Genealogico, Famiglie, 306

Trascrizione delle parti relative alle due giornee:

“Item volo, statuo et ordino ac iubeo et mando quod infrascripti heredes mei teneant et debeant fieri facere paleum unum de mea iornea ducali ab arco cum divisiis super ea exixtentibus et ipsum paleum facere forniri et sic factum teneantur tradere, dimittere et relaxare capellae dominae Sanctae Mariae de S. Celso Mediolani…”.

Alla cappella construenda in Santa Maria in Beltrade egli dona “iorneam meam recamatam cum cimerio mihi largitam per illustrissimum principem dominum meum ducem Mediolani, et de qua iornea fiat per dominos infrascriptos heredes meos unum paleum ad altare ipsius capellae, cum ipso cimerio et aliis armis super ea exixtentibus…”

* * * * *

SUGGERIMENTI DI APPROFONDIMENTO

Per una panoramica generale sulle fonti edite relative alla famiglia Missaglia, si veda: Ceccarelli D. 2007, I Missaglia: armaioli del secolo XV, in “Clio. Rivista trimestrale di studi storici”.

In tema di utilizzo dei tessuti serici come abbellimenti di vesti liturgiche, segnaliamo l’interessante mostra Tesori di seta. Capolavori tessili dalla donazione Falletti, che si terrà presso il Museo del Tessuto di Prato fino al 3 maggio 2026.

Articolo di MARCO VIGNOLA
Pubblicato il 17.07.2025; tutti i diritti riservati.

Uno degli interrogativi più “spinosi” relativi alle difese delle fanterie italiane nel pieno Quattrocento è sempre stato l’impiego o meno dei petti da fante cosiddetti “alla tedesca”.

Se la loro produzione negli ateliers peninsulari è assolutamente “certificata” dalla munizione conservata a Castel Coira (marchiata con segni bresciani non equivoci), a livello iconografico tali protezioni non sembrano presentarsi almeno fino agli anni ‘90 del secolo, quando Vittore Carpaccio li ritrae nelle sue Storie di Sant’Orsola.
L’impiego dei petti “globoidi” tipici del secondo Trecento (ben testimoniati, per esempio, dall’altare argenteo di San Jacopo a Pistoia) sembra infatti interrompersi, mentre incontestabile risultava il favore del quale godevano le “brigantine”.

VITTORE CARPACCIO, “Storie di S. Orsola”, episodio “Arrivo dei pellegrini a Colonia” (1490, Gallerie dell’Accademia, VeneziaWikimedia

Il testo di un piccolo quaterneto milanese, condizionato nella busta miscellanea “Autografi, 227” dell’Archivio di Stato di Milano e recentemente trascritto integralmente in un mio contributo reperibile su Academia, può offrire tuttavia qualche spunto interessante su questo capitolo molto specifico dell’oplologia.

Compilato nel 1451, la sua stesura sembrerebbe il prodotto di una sola missione compiuta da Giovanni Orombelli, “collaterale” di Francesco Sforza, visitando le rocche sparse nei territori sud-occidentali del ducato, a guardia degli strategici passi appenninici fin verso Parma, Piacenza e quindi Milano.

Tra i molti inventari qui stilati, uno relativo alla fortezza dei San Colombano al Lambro (citato integralmente in appendice) menziona esplicitamente la presenza di ben 10 “pecti de azale novi”.
Ferme restando tutte le possibili incertezze lessicali che potrebbero inficiare la corretta lettura degli antichi inventari, il termine “pecto de azale” (= petto di acciaio) lascia ben poco spazio a dubbi, così come l’aggettivo “novi”, logicamente indicante prodotti “nuovi”.

Trattandosi di pezzi di fresca manifattura, inoltre, possiamo con buona certezza escludere che si trattasse di elementi residuali, come per esempio il “pectum ferreum” citato nella periferica rocca di Ranzo, in provincia di Imperia, molto probabilmente un esemplare ormai vetusto della più vecchia tipologia globoide (1424; Archivio di Stato di Genova, Antico Comune 338, c. XXVII v.).

Possiamo dunque asserire con qualche certezza che intorno alla metà del XV secolo almeno una fortificazione in suolo italiano vantasse una munizione abbastanza numerosa di petti da fante, molto probabilmente di fabbrica milanese, dato che le turbolenze belliche antecedenti la Pace di Lodi certamente non favorivano l’importazione di materiali strategici come le armi.

Petto da fante di produzione milanese, marchiato e databile tra 1465 e 1475; proviene dall’Armeria del Conte Trapp a Castel Coira ed è attualmente conservato presso le Royal Armouries di Leeds (inv. III.1282) – www.royalarmouries.org

A livello storico ricostruttivo, è in ogni caso utile ricordare la fortissima prevalenza di armamenti corazzati tanto negli inventari quanto nell’iconografia, sconsigliando dunque indebite generalizzazioni in merito ai petti da fante.
E’ tuttavia probabile che a difesa dei parapetti di alcune fortificazioni queste difese venissero salutate con favore, in quanto più comode delle brigantine e tutto sommato equivalenti a livello protettivo, visto che i difensori in questo caso non dovevano presentare la schiena agli assalitori, a differenza delle fanterie campali molto più mobili ed esposte anche sulle terga.

Archivio di Stato di Milano, Autografi, 227, c. 2v.

Sanctocolumbano

In esso castello de Sanctocolumbano gli sono le infrascripte a presso de magistro Ioseph ibidem castellano et cetera:
prima balestre IIII° a bancho cum banchi II
item balestre IIII° a molinelo senza molineli
item Iᵃ altra balestra a molinelo rota
item balestre VIII a cirela et a manete sine crochi et cireli et Iᵃ stambuchina, quale sono inutille
item coraz(e) VII coperte cum suoy speraroli
item coraz(e) V
[1] scoperte sine speraroli
item pecti X de azale novi
item tarchoni VIIII° et sgiopeti VIIII°
item sgiopeti II roti
item spingarda Iᵃ de metalo
item Iᵃ altra de ferro cum suo cepo
item libre CCL de piombo cum certe balote
item bombardele V pizole da mano
item capse XIIII° de veretoni a bancho et a busola
item barili VI½ de polvere a bombarda

item barile I a schiopeti
item Iᵃ corda grossa e longa
item lumerii II et due lucerne
item stopini XXV et palli II de ferro
item cadene II a ponte levatorio cum certis fornimentis
item gavete XIIII° de fillo a balestre
item stari LXXVII furmenti
item campana una Iᵃ et I° curlo
[2]
item lectere X tra grande e pizole
item banche IIII° grande e pizole
item archoni II° et discho uno
item modii V farine
item vaseli VIII a vino de brente XLIII et pleni
item capsono I° a farina et Iᵃ buratora
item molandino I fornito da macinare
item vaseli X de brente C in li quali sono brente LX vini albi et vermili
item vaseli a vino quali sono del magnifico mesere Cicho.

[1] “segue “s” e altra lettera abbozzata depennate

[2] Così nel testo

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