Quotidiana37

E’ con grande soddisfazione che segnaliamo un prezioso saggio nel campo dell’analisi storico-iconografica del XV secolo, al quale l’Associazione Culturale IMAGO ANTIQUA ha contribuito con alcune immagini scattate durante un allestimento ambientale effettuato all’interno del sito oggetto di studio:


Università degli Studi di Milano – Facoltà di Studi Umanistici

Corso di Laurea in Scienze dei Beni Culturali; anno accademico 2015-2016

Il ciclo pittorico del Casino di Caccia Borromeo a Oreno di Vimercate

Tesi di Laurea di SOFIA REDAELLI

 

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L’intero set fotografico, ritraente i membri IMAGO ANTIQUA in azione, è visualizzabile cliccando QUI

Cogliamo l’occasione per congratularci con la Dott.ssa Redaelli, ringraziandola per l’interesse e l’apprezzamento riposto nel nostro lavoro, augurandole una carriera ricca di soddisfazioni ed il pieno raggiungimento dei propri obiettivi professionali.

Ricordiamo a chi ci segue che per la nostra Associazione questa è la seconda esperienza ricostruttiva confluita in una pubblicazione scientifica: in precedenza, infatti, avevamo offerto la nostra collaborazione alla Dott.ssa Manuela Ruggeri dell’Università di Genova, per il progetto di recupero dell’antico Monastero di Mezzano Scotti, in provincia di Bobbio (PC).
Per affrofondimenti, cliccare QUI

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Vivere un’esperienza venatoria di grande intensità, seguita da una meritata pausa in un ambiente di raffinata accoglienza. Attorniati dal tepore del camino, rigenerati da un pasto frugale seguito da momenti di gioco e di manutenzione delle armi da getto: più o meno così doveva svolgersi un giorno di “relax” presso il Casino di Caccia Borromeo a Oreno di Vimercate, nel Ducato di Milano di metà ‘400.

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Ringraziamo sentitamente il Conte Alessandro Borromeo per averci consentito di realizzare un analogo spaccato di vita quotidiana all’interno della sua splendida proprietà.

Più precisamente, la Ricostruzione Storica di IMAGO ANTIQUA (clicca per vedere tutte le foto) si è tenuta all’interno della torre di impianto trecentesco ubicata a nord-ovest del complesso della cosiddetta Corte Rustica, ampliata nel tardo XV secolo e legata alla famiglia dei De la Padella, come peraltro testimoniato da alcuni stemmi araldici “parlanti” che campeggiano sulle pareti interne, interamente affrescate entro la prima metà del secolo.

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Il rinvenimento di tali affreschi, ispirati al tema venatorio e dell’amor cortese, avvenne nel 1927 in modo del tutto casuale, ad opera del Conte Gian Carlo Borromeo, padre dell’attuale proprietario; i lavori di ripristino furono portati a termine sotto la direzione del Prof. Mauro Pelliccioli, dell’Accademia di Brera.

L’autore, tuttora ignoto, secondo buona parte della critica è da porre in stretta relazione con la corrente stilistica degli Zavattari e del Ciclo dei Giochi di Palazzo Borromeo a Milano (F. Wittgens, 1933).

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Chi desiderasse approfondire la storia del sito, può consultare la scheda curata dalla Regione Lombardia: RINVIO ALLA SCHEDA (cliccare)

Un set fotografico dedicato agli affreschi è stato realizzato da Andrea Carloni, Presidente di IMAGO ANTIQUA: RINVIO ALLE IMMAGINI (cliccare)

Alla fine del mese di Ottobre 2014, IMAGO ANTIQUA ha avuto la preziosa opportunità di realizzare un allestimento del tardo Quattrocento all’interno dell’antico Monastero di Mezzano Scotti, nei pressi della più nota città di Bobbio (PC).

Foto articolo Luisa

Archivio Fotografico IMAGO ANTIQUA (2014) – Ricostruzione a Mezzano Scotti

L’evento, che ha inteso offrire un ideale spaccato di vita domestica nell’epoca in cui il sito era oggetto di commenda, sotto il governo sforzesco, si è inserito all’interno di un più ampio progetto di recupero del patrimonio storico-edilizio dell’antico borgo della Val Trebbia, culminato in una tesi di laurea discussa dalla Dott.ssa Manuela Ruggeri presso la Scuola Politecnica – Dipartimento di Scienze per  l’Architettura dell’Università di Genova.

Tale studio, con gli opportuni riadattamenti, è stato dato alle stampe per i tipi di Pontegobbo Editore nel giugno 2015, con il titolo Il Monastero di Mezzano Scotti di Bobbio. Progetto di recupero (collana “Itinerari di Natura e d’Arte”; ISBN 978-88-96673-58-4) e vede a pag. 54 un’immagine scattata durante la ricostruzione di interni curata dalla nostra Associazione. 

Copertina della tesi di laurea a cura di Manuela Ruggeri, discussa nel 2014 c/o l'Università di Genova

Copertina dello tesi di laurea della dott.ssa Manuela Ruggeri, discussa nel 2014 presso l’Università di Genova

 

L'immagine della nostra ricostruzione apparsa a p. 54 del saggio a cura di Manuela Ruggeri

IN ALTO, l’immagine della ricostruzione IMAGO ANTIQUA, a p. 54 della pubblicazione a lato

 

IMAGO ANTIQUA auspica di poter prender parte, negli anni venturi, ad ulteriori iniziative di valorizzazione ambientale nel comprensorio di Mezzano, coinvolgendo sia i cittadini che le Scuole locali.

Senza dubbio è di sprone ad un crescente impegno in tal senso la proficua collaborazione da noi instaurata con la disponibilissima Dott.ssa Luisa Follini, proprietaria di gran parte dell’ex complesso monastico di S. Paolo, che sta letteralmente mettendo anima e corpo per la miglior riuscita di questo entusiasmante quanto ambizioso progetto.

 

Articolo di LUISA FOLLINI (agosto 2015)
follinlu@supereva.it

Mezzano Scotti sarebbe un paese da scoprire, ma, tutto sommato, pare tenga ben poco a essere scoperto. Probabilmente per non perdere quella sua atmosfera di pace e riservatezza che lo contraddistingue e la qualità di vita dei suoi affezionati abitanti.

Vi si può grandemente apprezzare il bucolico contatto con la natura, il tranquillo succedersi delle giornate, la dimensione più famigliare che paesana della vita sociale, la vicinanza con la città di Bobbio (6 km) con le sue tante iniziative culturali e di svago, il fatto di essere lambito dalle limpidissime acque del fiume Trebbia e di trovarsi giusto in mezzo a due formazioni rocciose di grande interesse geologico: Pietra Parcellara e l’orrido di Barberino, uno dei luoghi più suggestivi di tutta la provincia. E’ situato in una conca fertile, da sempre il granaio del circondario. La sua esposizione soleggiata fa sì che vi si possano compiere anelli di passeggiate sempre al sole, apprezzatissime in inverno, tanto da essere stato definito da un gruppo di camminatori “la Caraibi della Val Trebbia”.

E’ un paese di antiche origini, ricco di storia e di… misteri. Probabilmente già esistente in epoca romana, ebbe un fortunato sviluppo con l’avvento dei Longobardi quando vi sorse un’abbazia dedicata a San Paolo, i cui resti, rimaneggiati nei secoli, sono conglobati in abitazioni private. Il periodo preciso della fondazione è ammantato di mistero. Il primo documento che ne cita i confini, parlandone come di un’istituzione già esistente e ben nota da tempo, è del 714.

La maggior parte degli storici collega la sua fondazione alla diaspora dei monaci di Bobbio, cui l’abate Attala, succeduto alla guida dell’abbazia nel 615 alla morte di Colombano, tentò di opporsi, ma che infine accettò lasciando i monaci liberi di disperdersi in “Maritima” e sulle montagne per seguire liberamente la loro vocazione di apostolato tra le genti.

E’ abbastanza curioso che due istituzioni monastiche sorgessero così vicine, ad appena 6 km di distanza, se non fosse proprio il “modus operandi” di Colombano che a Luxeuil e in altri siti europei già si era avvalso di analoghi criteri. Anche i vastissimi possedimenti fondiari dei due monasteri di Bobbio e di Mezzano, distribuiti a macchia di leopardo in Italia settentrionale e centrale lungo la via francigena, erano tra loro confinanti, “come due fratelli che si spartiscono l’eredità paterna”, annota il prof. Nuvolone.

Entrambi i monasteri vi svolgevano la stessa identica funzione di ricovero, sostegno e cura dei pellegrini in marcia verso i “loca sacra” della cristianità. Avevano anche lo stesso “status” giuridico di monasteri regi direttamente dipendenti dall’autorità pontificia. Il monastero di S. Paolo perse la sua indipendenza con papa Pasquale III (1099-1118) che lo sottopose alla diocesi piacentina.

Nel X secolo i monasteri di Bobbio e di Mezzano caddero in potere del marchese Oberto. Mentre Bobbio, grazie all’abate Gerberto di Aurillac, che divenne poi papa Silvestro II (il papa dell’anno mille), riuscì a riscattare buona parte del patrimonio monastico, Mezzano rimase sottomesso ai discendenti obertenghi locali, ovvero i marchesi Malaspina, che nel 1186 ottennero dall’imperatore Federico I la giurisdizione feudale con il titolo comitale su tutti i territori di pertinenza monastica.

L’ubicazione del monastero di S.Paolo, più che strategica per essere di passo verso Liguria, Lombardia, Piemonte e Toscana, ne faceva uno snodo viario della massima importanza. Vi transitavano truppe, pellegrini provenienti spesso dal nord Europa, mercanti. Attorno a Compiano, dipendente da Mezzano, un grosso mercato, già attivo dall’epoca romana, favoriva scambi commerciali tra la riviera e i territori interni. La vicinanza con la ben più famosa abbazia di Bobbio certamente oscurò le vicende del monastero del Mezzano, che rimane comunque una delle istituzioni più importanti dell’Alto Medioevo.

Attorno al monastero si formò il paese. Gran parte delle sue abitazioni mantengono tutt’oggi collegamenti tra le loro cantine, qua e là tamponati, a testimonianza di un unico progetto costruttivo.

Ben presto l’Abbazia mezzanese entrò nelle mire espansionistiche dei Fieschi. Tra loro si annoverano vari abati. Il più famoso è Opizzo Fieschi, conte di Lavagna, nipote di papa Innocenzo IV, che, sempre da abate del Mezzano, fu incaricato di un’importante missione diplomatica in Polonia, Russia, Slesia e Prussia, con l’incarico di organizzare una Crociata contro i Tartari e di incoronare il principe russo Daniele. Successivamente Opizzo Fieschi fu eletto, nel 1247, patriarca di Antiochia in Siria. Pur indirettamente Mezzano si è trovato quindi inserito in eventi di caratura internazionale. A livello locale invece, l’abbazia di S. Paolo, avamposto guelfo nella ghibellina Valtrebbia, era in balia delle feroci lotte tra le due contrapposte fazioni politiche. Ragioni difensive indussero, giusto in quei tempi, la sua trasformazione in castello (così è citato in vari rogiti, con tanto di porta sottana e soprana), attraverso la costruzione di mura, fossati, spalti. Stessa sorte capitò ad altri monasteri di campagna.

I tempi erano così insicuri che i pochi monaci superstiti del Mezzano preferirono ritirarsi nel torrione di Cà Donica, “a un tiro di balestra da Mezzano”. Una galleria sotterranea, tanto ampia da lasciarvi passare dei cavalli, collega tuttora Cà Donica a Mezzano, passando sotto il rio Dorba, ma non è più percorribile. Se ne conosce l’imboccatura, ora chiusa, non il punto di arrivo. La sua documentata esistenza e il suo tracciato ormai perso sono comunque di stuzzicante stimolo alla fantasia.

Verso la fine del XIII secolo un ramo della potente famiglia guelfa piacentina degli Scotti ottenne in enfiteusi la maggior parte delle terre del monastero, e diventò la vera dominatrice della vallata, in netta contrapposizione agli interessi abbaziali.

Intorno al 1320 il castello di Mezzano fu distrutto, di certo per mano ghibellina. Davide Scotti, allora capitano a Mezzano, lo fece ricostruire, autorizzando ai lavori gli abitanti di Aglio in val Perino.

Nel XV secolo si accentuò la decadenza del monastero quando i duchi di Milano – Visconti e Sforza – da cui dipendeva il territorio piacentino, concedettero in godimento i beni del monastero a parenti e funzionari col titolo di abati commendatari, interessati più a intascare personalmente le rendite che dedicarle alle esigenze del culto. Gli Scotti, ottenuta l’investitura feudale di Mezzano dai duchi di Milano, ne approfittarono subito per imporre tasse, mal digerite e contestate, a tutti i fittabili del monastero. Al commendatario risultava quindi sempre più difficile raccogliere da fittavoli ed enfiteuti quanto gli spettava. Fu così che l’ultimo commendatario, Girolamo Becchetti, rinunciò al suo beneficio in cambio di una più sicura rendita vitalizia.

La bolla papale di Giulio II dell’11 febbraio 1507 sancisce la definitiva soppressione del monastero di Mezzano e l’aggregazione dei suoi beni al monastero di S. Maria della Passione di Milano.

Davide Scotti (ritorna il nome dell’antenato), vero brigante feudale, indusse con le più svariate ostilità i monaci milanesi a svendere, più che vendere, le proprietà del monastero. Ma non pagò mai il pattuito, per cui i monaci ne chiesero e ottennero la restituzione. Trovarono un nuovo acquirente nella persona del conte Antonio Caracciolo, che si stabilì proprio nella sede dell’antico monastero, che divenne, anche per i suoi discendenti, un’accogliente dimora di campagna. Nel 1636 l’ex complesso monastico subì il saccheggio delle milizie bobbiesi, mentre nel 1806 insieme alla chiesa parrocchiale sfuggì all’incendio del paese decretato da Napoleone. A metà ottocento i Caracciolo lo vendettero agli attuali proprietari che ancora ne detengono la maggior parte.

Un piccolo mistero è nel nome del paese. Mezzano indica ovviamente una terra di mezzo, ma sull’appellativo Scotti circolano diverse ipotesi. Chi lo collega all’omonima famiglia feudataria e chi invece agli “scoti” o “scotti”, ovvero ai monaci provenienti dall’Irlanda, che, pare, lì si allocarono fin dal VII secolo sistemandosi in un luogo appositamente dedicato ove poter svolgere il proprio ministero secondo le proprie rigide regole e convinzioni.

Curioso comunque che il nome era “Mezzano Scotto”, fino al 1927, quando la frazione si scorporò da Travo per confluire nel Comune di Bobbio

Indubbia è l’antichità del paese. Quando agli inizi del VII secolo tutta la zona era una fitta boscaglia in cui si stagliavano solo quelli che ora sono i centri storici di Piacenza, Milano, Pavia, Cremona, Genova, ben inserito tra queste rinomate località c’era anche Mezzano. Il suo monastero era lì a svolgere un’importante funzione politica, sociale, umanitaria, per di più a valenza europea. Cosa non da poco.

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