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DOVE
Venezia – Palazzo Zaguri
Sestiere San Marco 2667/a-2668 – Campo San Maurizio
QUANDO
Dal 26 Settembre 2020 al 31 Gennaio 2021
ORARI
Tutti i giorni, dalle 11:00 alle 18:00 (ultimo ingresso 17.00)
INFORMAZIONI
www.palazzozaguri.it – tel. 041 3091905


La Mostra
 Internazionale HUMAN VIRUS EXHIBITION ha aperto ieri al pubblico 
presso il prestigioso Palazzo Zaguri di Venezia, facendo seguito alla presentazione alla stampa di giovedì scorso. Avrà termine il 31 gennaio 2021 e sarà interamente incentrata sull’anatomia del virus, anche da una prospettiva storico-sociologica, in collaborazione con esperti del settore e vari collezionisti.

La Società Venice Exhibition S.r.l, specializzata nel produrre esposizioni ad alto impatto come “Real Bodies” e “Tesla Exhibition”, ha inteso organizzare un evento in grado di rivolgersi ad un’ampia platea di visitatori, con l’obiettivo di far conoscere in maniera corretta e scientifica la storia dei virus dalle origini fino all’ultima pandemia ancora in corso del Covid-19, con particolare attenzione alla promozione della prevenzione dalle infezioni virali.

Reperti unici, didascalie, infografiche, audioguide e svariati approfondimenti accompagneranno adulti e bambini in un coinvolgente percorso educativo, evidenziando le tappe cruciali che nei secoli hanno tenuto impegnato l’uomo nella lotta alle epidemie.

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L’Associazione Culturale IMAGO ANTIQUA prende parte a questa ricca kermesse contribuendo con il prestito di alcuni originali tardomedievali (collezione Andrea Carloni, Presidente): essi si trovano esposti in una installazione dedicata alla figura di San Rocco, taumaturgo e pellegrino di origine francese, vissuto nella seconda metà del XIV secolo e ritratto con sorprendente ricorrenza nelle espressioni artistiche, prendendo le mosse dalla terribile Peste Nera che imperversò in Europa a partire dalla fine del 1347, passando per tutto il XV secolo e arrivando fino all’epoca premoderna.

Nell’ambito di un apposito workshop di prossima programmazione presso gli ambienti della mostra, IMAGO ANTIQUA prenderà in causa documenti, in parte inediti, relativi all’adozione di misure di contenimento dei contagi nel pieno Quattrocento, fornendo anche cenni relativi all’accoglienza dei malati presso le strutture ospedaliere dell’epoca.
L’occasione sarà propizia anche per mostrare altri reperti coevi e repliche museali di proprietà dei nostri membri, illustrando così l’efficacia degli strumenti offerti da Archeologia e Ricostruzione Storica nello studio del vissuto quotidiano dei nostri progenitori.

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Articolo di ANDREA CARLONI
Pubblicato il 03.04.2020; tutti i diritti riservati.
* * * * *

Mentre copiose risultano le attestazioni di mutande maschili, ricorrenti almeno dall’epoca longobarda (1), assai scarse e talvolta enigmatiche sono quelle relative alle controparti femminili, soprattutto quando si tratti di espressioni artistiche.

Tra gli affreschi della Sala Baronale del Castello della Manta (CN), databili al pieno gotico internazionale (1420-25 c.), vi sono svariate raffigurazioni di uomini e donne che, liberatisi delle proprie vesti, si accingono a immergersi nella cosiddetta “Fontana della Giovinezza”, posta al centro della scena.

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Sul lato sinistro della vasca, in piedi, appare un soggetto in déshabillé corrispondente certamente ad una donna, in quanto mostra un asciugatoio avvolto sul capo ed una camicia lunga fino alla caviglia, tipici attributi del gentil sesso nel Tardo Medioevo.
In trasparenza, inoltre, ingrandendo al massimo l’immagine ed incrementando il contrasto, si nota piuttosto chiaramente il seno, non molto prosperoso, mentre più sotto scorgiamo quelle che paiono essere “mutande ante litteram”, sotto forma di fasce, forse più avvolgenti e versatili nel fronteggiare i disagi del ciclo mestruale (?).

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Sebbene tale immagine sia ben nota e largamente diffusa, le versioni generalmente disponibili non posseggono una risoluzione sufficiente a sciogliere il dubbio circa l’effettiva presenza di pennellate all’altezza del pube; di primo acchito, in effetti, si potrebbe pensare ad una possibile degenerazione della superficie pittorica, oppure ad un espediente dell’artista teso ad enfatizzare la pelle grinzosa della non giovanissima bagnante.

Carico di perplessità, nel luglio 2018 mi sono recato sul posto. Osservando l’affresco a distanza ravvicinata, ho potuto constatare all’istante che, in effetti, il tratto controverso è realmente presente – confermando che la percezione non è falsata da alterazioni di colore o intonaco, oggettivamente limitate a pochi centimetri e comunque poste al di fuori della zona d’interesse – ed è stato intenzionalmente apposto dall’artista, con diversa cromia rispetto alla pelle, a significare un panneggio visibile in trasparenza attraverso la camicia.

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Per quanto non si possa esprimere un giudizio definitivo sul pattern sartoriale dell’indumento in argomento, quella di Manta integra una chiara evidenza iconografica in tema di “intimo femminile” del Tardo Medioevo, finora apparentemente ignorata dai cultori di storia del costume e, stante l’assenza di reperti noti (2), necessariamente da porre in relazione con le esigue tracce documentarie finora raccolte.
Di seguito si cercherà di fornirne alcune, nell’auspicio che altri possano concorrere ad incrementarne il novero con ulteriori segnalazioni.

Tra le citazioni più pregnanti, a mio parere vi è quella fornita in tempi recenti dalla prof. Davanzo Poli (2006) nel regesto di un lascito dotale vergato ad Aviano il 24 agosto 1400 e conservato presso l’Archivio dell’IRE di Venezia, SOC E 5,2, fasc. di 13 pergamene.
Da esso si apprende che
«(…) Nicolosio di Domenico riceve da Domenico e Pietro, figli di Zanetto, una dote per la moglie di suo figlio Benvento, con inventario di biancheria e vesti» tra le quali compaiono anche tres interculas novas et veteres. (3)

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Un po’ più indietro nel tempo, il Tramontana (1993) riportava testualmente quanto segue:

«E proprio in qualche fonte notarile si trovano, fin dalla fine del secolo XIII, sporadici riferimenti a mutande, termine ambiguo col quale non è chiaro se si intendeva il capo di biancheria intima maschile e femminile o le brache, cioè i calzoni ai quali si è già fatto cenno. Fra i beni di una panettiera di Palermo, registrati il 18 novembre 1298 nelle imbreviature del notaio Adamo de Cittella, si trova un paio di mutande chiamate par unum de interulis et serabolis, e nel corredo di Antonia Gancitano, del 1476, sono registrate interulas tres muliebres che volevano dire appunto brache, come allora erano chiamate le mutande: e sono le sole testimonianze sull’indumento femminile che, fra i numerosissimi documenti consultati, è stato possibile rintracciare».

Il medesimo autore accenna a strophium e subligaculum romani, fasce femminili rispettivamente assimilabili a prototipi di reggiseno e slip, raffigurate indosso a giovani fanciulle nel pavimento musivo della villa romana del Casale di Piazza Armerina, in provincia di Enna.

Piazza Armerina (Wikipedia)

Dopo aver affermato che ancora nel XVI secolo le donne, anche appartenenti al ceto abbiente, non portavano mutande in quanto foriere di allusioni oscene o comunque fortemente sconvenienti per il sentire sociale dell’epoca, richiama un discutibile aneddoto della tradizione che vorrebbe in Caterina de’ Medici la prima ad aver inaugurato l’uso delle mutande tra le nobili di Francia. (4)

Da parte sua, R. L. Pisetzky (1964), nel secondo volume dell’opera monumentale Storia del costume in Italia, segnala un generico «testamento del Trecento» in cui un paio di mutande «viene lasciato in eredità da un prete ad una donna»; senz’altro specificare, la studiosa assume che debba trattarsi di un capo intimo femminile realmente utilizzato dalla beneficiaria, diversamente la disposizione apparirebbe quantomeno insolita. (5)

Determinato ad ottenere ulteriori informazioni relative al documento predetto, attività piuttosto sfidante considerata la difficile reperibilità delle opere citate in bibliografia, mi sono imbattuto nelle preziose risorse digitali offerte dall’Archivio di Studi Adriatici (ASA) dell’Istituto di Scienze Marine ISMAR-CNR di Venezia.
Attraverso di esse mi è stato possibile restituire una precisa identità al
de cuius ed alla legataria in argomento, isolando la «Cedola testamentaria di Marco Novagero pievano di S. Simeone profeta», rogata a Rialto in data 1° aprile 1309 e conservata presso l’Archivio di Stato di Venezia, sez. notarile, rogiti Marco pievano di S. Stefano, busta 337, reg. c. 1.; di tale pergamena, registrata già al tempo come “molto guasta”, si ignora l’attuale stato di conservazione.
Scorrendo l’elencazione delle disposizioni, si legge, per quanto rileva ai nostri fini, che tal Marco Novagero lega a sua nipote Lena tuti so drappi de doso et soe mudande et soe çoiete [ndr, leggasi “zoiete”].

Tengo a precisare che è il Molmenti (1927) ad estrapolare la citazione del lascito in questione (6), indicando la collocazione della sua trascrizione integrale in un ormai datato contributo di storiografia linguistica di Bertanza e Lazzarini (1891) dedicato al dialetto veneziano. (7)

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Note:

(1) Secondo il racconto di Paolo Diacono (720-799 d.C.), Alahis, Duca di Trento, accolse con arroganza un diacono che portava un’ambasciata per conto di Damiano, Vescovo di Pavia, avvertendolo che lo avrebbe introdotto al suo cospetto solo se avesse indosso mutande pulite («si munda femoralia habet»). Cfr. C. FRUGONI, Medioevo sul naso. Occhiali bottoni e altre invenzioni medievali, Editori Laterza, 2004, p. 110.

(2) Durante gli scavi effettuati al Castello di Lengber (Austria), avviati nel 2008, è stata rinvenuta una gran mole di reperti tessili databili tra 1440 e 1480 circa, tra i quali anche uno slip che, a seguito di approfonditi esami, è stato classificato come maschile. Cfr. P. FABBRI, La moda italiana nel XV secolo. Abbigliamento e accessori, Bookstones, Rimini, 2017, p. 34.

(3) D. DAVANZO POLI, Arti decorative a Venezia come fonti iconografiche di moda. Secoli XIV-XV, in Dalla testa ai piedi. Costume e moda in età gotica, Provincia Autonoma di Trento, Trento, 2006, p. 219.

(4) S. TRAMONTANA, Vestirsi e travestirsi in Sicilia, Sellerio Editore, Palermo, 1993, pp. 136-137 (cfr. testo e note 276 e 284).

(5) R.L. PISETZKY, Storia del costume in Italia, Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1964, Volume II, pp. 144 e 287.

(6) P. MOLMENTI, La storia di Venezia nella vita privata dalle origini alla caduta della Repubblica, VII edizione, Parte prima. La grandezza, Istituto Italiano d’Arti Grafiche, Bergamo, 1927, p. 385, nota 2. Si veda online: http://asa.archiviostudiadriatici.it/islandora/object/libria%3A319543#page/412/mode/2up [consultato il 01.04.2020]

(7) E. BERTANZA – V. LAZZARINI, Il dialetto veneziano fino alla morte di Dante Alighieri 1321. Notizie e documenti editi e inediti raccolti da Enrico Dr. Bertanza e Vittorio Dr. Lazzarini, Tipografia Editrice di M. S. fra Compositori Tipografi, Venezia, 1891, p. 15. Si veda online: https://archive.org/details/DialettoVenezianoDante/page/n25/mode/2up [consultato il 01.04.2020]



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Vi proponiamo di seguito la scheda di un manufatto di qualità museale, appena ultimato, che sarà principalmente impiegato durante i nostri mercati didattico-dimostrativi “itineranti” e nella bottega stanziale del merciaio che gestiamo presso il borgo medievale di Zuccarello, in provincia di Savona (CLICCA QUI per ulteriori informazioni).

Misure
50 (L) x 23,5 (P) x 17,5 (H) cm

Materiale di fondazione
Legno di noce di lunga stagionatura, reperito dallo smantellamento di un vecchio mobile di fine 1800/inizi 1900.

Ferramenta
Le bandellature e gli angolari in ferro battuto, disposti lungo i quattro lati e sul coperchio, trovano corrispondenza in due esemplari italiani di metà XV sec: i motivi a giglio sono direttamente tratti da una cassetta di area settentrionale, esposta presso le “Civiche Raccolte d’Arte Applicata” del Museo Sforzesco di Milano, mentre le maniglie richiamano lo scrigno recante gli stemmi Bentivoglio-Sforza, di manifattura bolognese, conservato al Museo Civico Medievale di Bologna (inv. 1983).

Serratura
Si tratta della replica di un originale bresciano del pieno XV sec, facente parte della collezione privata di Valentino Mazzoni, mastro serraturiere di Finale Emilia.

Battente
Abbiamo optato per foggia asimmetrica e terminale a ricciolo perchè piuttosto frequenti in cofanetti centro-europei del Quattrocento: a titolo non esaustivo, si possono citare due manufatti presso il Germanisches Nationalmuseum di Norimberga (inv. HG292, HG300) ed uno presso il Museo Bagatti Valsecchi di Milano (inv. 596).

Chiave
Ricostruzione di un originale di bottega veneta di fine XV-inizi XVI secolo, con tipico piccagnolo circolare e impugnatura rotonda “a rosone”, esposto al Museo “Luigi Bailo” di Treviso (inv. F1192).

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Ringraziamenti
Il merito del lavoro va sicuramente all’abilissimo artigiano CLAUDIO CIOLI di Rimini (per contatti: cli.cld@libero.it), che ha saputo assecondare ogni indicazione con estrema precisione.
Ci sentiamo debitori anche verso l’amico Valentino Mazzoni, mastro serraturiere di Finale Emilia, per le preziose informazioni e gli scatti forniti relativamente a serrature e chiavi della propria collezione.
Non possiamo tralasciare, infine, la curatrice dello Sforzesco, Dott.ssa Valentina Ricetti, per la gentile concessione delle immagini del pezzo di studio citato per la ferramenta, appositamente realizzati su nostra richiesta.


Articolo di ANDREA CARLONI (2019)

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Grazie a numerose trasferte verso siti di interesse storico-artistico, musei e collezioni private, Andrea Carloni, nostro attuale Presidente, ha realizzato un archivio fotografico personale in continua evoluzione, contenente migliaia di immagini di dipinti, affreschi, opere d’arte e reperti originali, in maggioranza del periodo tardo medievale, sia italiano che estero.

Questa ampia raccolta, che rappresenta per IMAGO ANTIQUA uno dei principali supporti di studio per le proprie attività, conta ad oggi oltre 26.000 scatti personali. Dal 2009 è disponibile per consultazione gratuita su FLICKR, noto canale di uploading online, registrando proprio in questi giorni il considerevole numero di 10 milioni di visualizzazioni, da parte di utenti di tutto il mondo.

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Numerose sono state, negli anni, le richieste di utilizzo di immagini pervenute da accademici, case editrici e singoli studiosi.

Un reportage ritraente il ciclo d’affreschi del tardo ‘400 presente nella Chiesa di S. Fiorenzo di Bastia Mondovì (CN), è apparso nell’articolo di M. P. ZANOBONI, Il teatro del sacro e della vita nella Rivista MEDIOEVO, Edizioni “My Way Media Srl”, mensile culturale registrato c/o Tribunale di Milano (n. 106 del 01/03/1997), Anno XVI, n. 8 (187) – agosto 2012, pagg. 98-105.

Alcuni scatti della Cattedrale di San Pelino a Corfinio (AQ) compaiono a p. 8 del MeBook Young edito da Mondadori: si tratta di un libro digitale collegato al volume di arte e immagine per le Scuole Medie realizzato da Milena Braga e Luigia Recalcati, dal titolo Oltre lo sguardo (Electa Scuola, 2016).

Altre immagini compaiono in tesi di laurea e diversi siti web specialistici gestiti da terze parti.

Per consultare la raccolta fotografica di Andrea Carloni, CLICCA QUI.

Buona visione e buono studio!

Manifesto mostra

Teatro Galli – Rimini, Piazza Cavour

Inaugurazione sabato 2 settembre, ore 18

dal 3 al 10 settembre aperto ore 10-13/16-23
dal 12 settembre al 29 ottobre aperto ore 16-19
lunedì non festivo chiuso – Ingresso Libero

Si tratta di un’esposizione intrigante e fuori dagli schemi usuali, che incrocia le celebrazioni del 600esimo anniversario della nascita di Sigismondo Pandolfo Malatesta con gli eventi del motociclismo mondiale. Ne sono enti promotori il Comune di Rimini e l’Università di Bologna.

L’idea prende spunto dai risultati di una ricerca scientifica condotta da Thessy Schoenholzer Nichols ed Elisa Tosi Brandi, accademiche di grande rilievo nell’ambito della Storia del Costume e della Moda, avente ad oggetto l’indumento forse più rappresentativo del guardaroba maschile medievale: il farsetto.

Imbottito, aderente, ergonomico, il farsetto nasce come sistema di difesa passiva per il cavaliere sotto l’armatura. Funzionale ed elegante sottostruttura, dall’ambito militare esso diventa indumento quotidiano. Indagato anche nelle sue caratteristiche sartoriali, grazie all’apporto di fonti materiali, in questa mostra il farsetto è stato paragonato ai giubbotti del motociclista.
Fulcro dell’esposizione è la collaborazione nata con il reparto “Prodotto e sviluppo” della Spidi Sport che ha analizzato e sviluppato i cartamodelli dei farsetti medievali, realizzando prototipi in pelle per nuovi indumenti.

I giubbotti ispirati ai farsetti, le ricostruzioni storiche e l’attrezzatura ultratecnologica dei piloti del MotoGP pensata e disegnata da Aldo Drudi (Drudi Performance), illustrano diversi percorsi di ricerca intrapresi da storici, protitipisti e designer sugli oggetti antichi, visti come fonti da cui trarre qualche ispirazione per migliorare prestazioni e sicurezza, offrendo una nuova immagine ai cavalieri di oggi.

L’Associazione Culturale IMAGO ANTIQUA prende parte attiva alla mostra attraverso il prestito dell’armatura di piastre appartenente al proprio membro Andrea Carloni (Presidente), posta in associazione ideale con la tuta e le protezioni da centauro realizzate da Spidi Sport su design di Aldo Drudi.  

Si tratta delle replica rigorosa di un insieme composito di fattura lombarda, conservato presso il Museo F. Gonzaga di Mantova (inv. B1 e B3) e databile, secondo le teorie oplologiche più recenti, agli anni 1475-80 circa; alcune pezze minori, essendo mancanti nell’originale – ci riferiamo più precisamente a guardareni e batticulo – sono state mutuate dalla celebre “armatura Sanseverino”, morfologicamente similare ed esposta al Kunsthistorisches Museum di Vienna (inv. A3).

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Si ringraziano sentitamente Elisa Tosi Brandi (Univ. Studi di Bologna) ed il Comune di Rimini, nella persona di Massimo Pulini (Ass. Cultura), per il coinvolgimento della nostra Associazione; un tributo di riconoscenza va a Tobias Capwell (curatore Wallace Collection di Londra) per la consulenza ed il supporto materiale offerti nella realizzazione dei fornimenti in maglia che completano l’armatura.

Notizia sul sito ufficiale del Comune di Rimini – Clicca per leggere

Pieghevole della mostra – Clicca per scaricare

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